Ricordo

Carlo Petrini: dalla sinistra degli anni Settanta alla rinascita culturale ed economica delle Langhe

Petrini ha trasformato l’eredità politica del Sessantotto in un progetto comunitario che ha valorizzato le Langhe, passando da povertà a prosperità attraverso Slow Food e iniziative culturali.

di Paolo Bricco

CARLO PETRINI SLOW FOOD ADDIO A CARLO PETRINI - FOTO ARCHIVIO - 7146

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Adesso che la cassa da morto è chiusa, possiamo tornare a parlare di “Carlin” Petrini da vivo. Sono due le cose per cui Petrini ha lasciato un segno che resterà.

La prima è l’approdo sano e poetico – non nichilista e carrieristico – del fuoco politico e civile della sinistra generata dal Sessantotto e dal Settantasette.

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Una delle – umane, troppo umane – forme di tristezza maggiori invalse in Italia è stato assistere alla trasformazione di chi frequentava i giornali e le assemblee di sinistra, partecipava ai cortei di sinistra e diceva (e pensava) cose di sinistra in brillanti (e vagamente cialtroneschi) funzionari molto ben pagati e sempre riveriti del potere mediatico, finanziario, politico, industriale.

Carlin Petrini ha fatto, appunto, una cosa diversa. Ha trasformato quella energia personale in una, prima piccola e poi sempre più grande, energia comunitaria. Ha preso quel desiderio di ballare e di criticare, di partecipare e di pensare cose differenti e lo ha applicato, con metodo politico e pazienza contadina, a un mondo che era stato tagliato fuori dalla storia, che poco c’entrava con le fabbriche, che nessuno nei salotti sapeva esistesse, che tutti ignoravano nelle case editrici borghesemente titolate a spiegarci il mondo: le Langhe.

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Le Langhe sono state fra le parti d’Italia più povere. L’inizio della Malora di Beppe Fenoglio, caro Carlin, è di morte e di povertà; “Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Era mancato nella notte di giovedì l’altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fortuna che il mio padrone m’aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta la casa nostra non c’era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra gliel’avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po’ su la testa”.

La seconda cosa che ha fatto Carlin Petrini è stata, appunto, di partecipare alla trasmutazione delle Langhe da luogo povero e triste in luogo ricco e – come possono essere le caduche vicende umane – felice.

Le Langhe sono state fatte da un pugno di persone. Dalla confraternita del Nebbiolo, che ha reso il barolo e il barbaresco un fenomeno internazionale: Mascarello, Rinaldi, Conterno, Cappellano, Gaja. Da vignaioli con una attitudine commerciale inesauribile: Ceretto e di nuovo Gaja. Dal Signor Michele, della Ferrero di Alba. E da Carlin Petrini. Il quale, per citare i tre marenghi di Fenoglio, ha scelto di non vendersi per quattro soldi, ma che invece ha, con amore e dedizione, capito quanto fosse poetico, buono e fonte di lavoro e di guadagno quello che, dalle sue colline e dalle sue stalle, dalla sua prima pianura e dalle sue cucine, si originava da secoli, nella povertà, sulla sua terra.

Questa seconda cosa fatta da Carlin Petrini – l’invenzione insieme ad altri delle Langhe – ha avuto un doppio effetto, in appunto perfetta chiusura del cerchio.

Il primo effetto è la partecipazione a un progetto di rapido passaggio di una terra dall’anonimato alla celebrità e dalla povertà alla prosperità.

 Il secondo è l’approdo di quella energia del Sessantotto e del Settantasette italiano a una situazione dignitosa e non ambigua, costruttiva e non lucrativa, chiara e non torbida, non egoistica ma per tanti, se non per tutti.

In fondo, l’iniziativa Slow Food contiene l’eresia comunitaria e individualistica che, da esperienze estreme di cristianesimo medievale, è approdata in forma cristallina al personalismo cristiano di Maritain e Mounier e in forma, insieme pacifica e violenta, al terzomondismo, con il mito trasfigurato in iconoclastia di Che Guevara e nella mitezza durissima di Monsignor Hélder Pessoa Câmara.

Ma non divaghiamo. Carlin Petrini, solido e concreto, non avrebbe apprezzato. La sua capacità è stata di partire dagli agnolotti ripieni soltanto di verdura – tipici di quando si era così poveri da non potersi nemmeno permettere il ripieno di carne – per costruire una piccola idea di mondo diverso – critico verso le multinazionali, si sarebbe detto una volta con linguaggio oggi stantio – e in naturale connessione con migliaia di altre comunità sparse nel mondo.

Dal Sud America all’Africa. Con la pazienza contadina di chi organizza e coordina, sbaglia e fa arrabbiare gli amici, ha il gusto della provocazione e il bisogno psicologico e politico di avere qualcuno con cui litigare e da cui sentirsi distante, lavora e cerca strade nuove: Slow Food, Terra Madre e l’università di Pollenzo, un unicum a cui nemmeno i francesi avevano mai pensato prima.

È andata così, Carlin. Uno scrittore politico, comunitario e di respiro internazionale come Pier Vittorio Tondelli ha scritto nel suo libro disperato come la vita e come la morte “Altri Libertini”: “Nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere”.

In fondo, adesso che non ci sei più, possiamo dirlo: “Nella nostra terra, solo ciò che siamo ci aiuterà a vivere”.

Anche questo è un pezzo di quello che – di buono e di caldo, di pulito e di ben illuminato - ci ha lasciato, nel caos delle vite e della storia, Carlin Petrini, nato per caso e morto per scelta a Bra, provincia di Cuneo.

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