Ceuta, Ventotene e Lipsia: la frontiera comune Ue si difende togliendo il potere di veto
Le democrazie liberali possono ancora costruire un’Europa normativa e potente, capace di proteggere e di produrre. L’Europa sarà veramente unita quando una crisi a Ceuta susciterà a Helsinki lo stesso riflesso di solidarietà che un attacco a Lipsia dovrebbe suscitare a Madrid o a Roma. Oggi più che mai il voto a maggioranza è fondamentale per il concetto di sovranità continentale. Altrimenti dovrà avanzare un’avanguardia federale aperta a quanti vorranno unirsi
6' di lettura
I punti chiave
6' di lettura
Anni fa ascoltai al Parlamento europeo un vibrante intervento di un eurodeputato liberale belga. L’Europa, disse, sarà veramente unita quando un cittadino del Sud considererà il confine della Finlandia con la Russia come il proprio confine e quando un cittadino scandinavo sentirà come proprio il confine della Grecia con la Turchia. Negli ultimi anni ero giunto a pensare che quel desiderio si fosse in larga misura realizzato. La reazione europea all’invasione russa dell’Ucraina sembrava confermarlo. La crisi di Ceuta mi ha costretto a rivedere il mio ottimismo. Alla fine di luglio, più di 70.000 persone sono entrate irregolarmente a Ceuta nell’arco di poche ore. La prima reazione di alcuni partner europei non è stata chiedersi come proteggere insieme una frontiera esterna, affrontare un’emergenza umanitaria e chiarirne l’eventuale strumentalizzazione. L’Italia ha chiesto di sospendere la Spagna dallo spazio Schengen e ha poi reintrodotto controlli alle frontiere. Ceuta fa parte dell’Unione europea, anche se non dello spazio Schengen: le autorità degli Stati membri dovrebbero saperlo. La sua peculiare condizione giuridica e geografica non la rende meno europea. È legittimo discutere la politica migratoria ed esigere una gestione efficace delle frontiere. È altrettanto indispensabile ricordare che chi le attraversa è composto da persone, non da armi. E dobbiamo andare alla radice delle questioni, in un momento di profondi movimenti delle placche tettoniche geopolitiche. I movimenti di popolazione possono essere incoraggiati, organizzati o amplificati per esercitare pressione politica. Resta ancora molto da chiarire, ma questa crisi combina reti di traffico, decisioni statali, disinformazione e messaggi virali. A Ceuta accade ciò che sta accadendo nel mondo. Ridurla a una questione migratoria spagnola significa non comprendere il mondo che sta emergendo. E, talvolta, la politica ricorda a lungo i silenzi, la solidarietà e i giudizi severi delle prime ore: gli errori e le scelte giuste.
Chiedilo al Sole
Il confronto tra Ucraina e Ceuta
Ceuta non è un problema europeo soltanto per la migrazione. Lo è per la stessa ragione per cui l’invasione russa dell’Ucraina costituisce un’aggressione contro l’Europa. E per la stessa ragione per cui il drone carico di 600 grammi di esplosivo, rinvenuto la notte del 4 agosto accanto a un aereo cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia/Halle, non è stato un incidente esclusivamente tedesco. La Germania ha attribuito l’operazione alla Russia. Formulare ufficialmente tale accusa segna un salto qualitativo nell’escalation tra l’Europa — epicentro dell’Occidente — e la Russia. A Lipsia il bersaglio immediato poteva essere un aeromobile; il bersaglio politico era la sicurezza dell’intero continente.
La logica delle guerre ibride
Questa è la logica delle guerre ibride. Non iniziano con una dichiarazione formale e non terminano con un armistizio. Si sviluppano al di sotto della soglia della guerra aperta e assumono la forma di un cocktail tossico di sabotaggio, attacchi informatici, coercizione economica, manipolazione dell’informazione, strumentalizzazione dei flussi migratori e interferenza elettorale. Ricordiamo quanto è accaduto alle ultime elezioni presidenziali in Romania e alle elezioni parlamentari in Moldova. In entrambi i casi, l’orientamento degli elettori è cambiato alla luce di un’informazione più ampia e diversa, forse attraverso strumenti non poi così diversi. Le guerre ibride puntano a conquistare territori — la Russia resta ossessionata dalla dottrina delle proprie sfere d’influenza — ma soprattutto a erodere la fiducia, sfruttare le nostre divisioni e rallentare il processo decisionale democratico. Creano società nervose e smarrite, incapaci di comprendere la realtà in mezzo a tanto rumore. L’Europa continua troppo spesso a reagire come se ogni episodio appartenesse a un ministero e a uno Stato diversi. Questo è il passato.
L’appello di undici Paesi
In questo contesto è importante l’appello formulato il primo settembre da undici governi dell’Unione — Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia — per porre fine ai veti «ostruzionistici» in politica estera ed esplorare, nell’ambito degli stessi Trattati, il passaggio dall’unanimità alla maggioranza qualificata in questo settore. Propongono inoltre di ricorrere maggiormente all’astensione costruttiva e di smettere di usare le decisioni di politica estera come moneta di scambio in questioni che nulla hanno a che vedere con esse. È un passo ancora modesto, ma infrange un tabù. La maggioranza qualificata obbliga gli Stati a costruire maggioranze. Il veto, al contrario, trasforma troppo facilmente un interesse nazionale nella paralisi di tutti gli europei. Non possiamo vivere ogni elezione nazionale come una roulette russa sulla stessa possibilità di futuro del progetto europeo. Tutto cambia molto rapidamente e dobbiamo adattarci con la stessa rapidità. Mettere fine al veto è urgente per l’Ue: significa passare dalla confederazione alla federazione. Un’Unione che può crescere da 27 a 37 membri non può conservare un sistema nel quale ogni governo dispone di un interruttore generale. Se l’accordo tra i Ventisette continuerà a essere bloccato, dovrà avanzare un’avanguardia federale aperta a quanti vorranno unirsi. In questa fase di profonda trasformazione, crescono poteri che non sono più né interamente pubblici né interamente privati. Gli Stati esternalizzano funzioni strategiche — una tendenza particolarmente preoccupante nel campo della sicurezza — mentre le piattaforme private plasmano il dibattito pubblico. Dobbiamo esserne consapevoli. Potenti reti di capitale, tecnologia e influenza individuano opportunità e le sfruttano per un profitto di breve periodo, mentre i governi perdono la capacità di incidere e di esercitare la propria autorità. L’Iraq e l’Afghanistan, e oggi la guerra intorno all’Iran, mostrano il costo dell’uso della forza senza un orizzonte politico comprensibile. Le strategie si esauriscono prima dei contratti militari, e il profitto trova i suoi proprietari. Democrazie liberali stordite in un mondo di saccheggio? Il rischio esiste, ma non è ancora il nostro destino inevitabile.
Propaganda estera vs voto a maggioranza
La divisione tra sinistra e destra non scomparirà: continuerà a organizzare il dibattito sulle imposte, sui diritti e sullo Stato sociale. Ma un’altra frattura la attraversa con forza crescente. Da una parte vi sono quanti difendono una maggiore integrazione europea e un commercio aperto regolato da norme; dall’altra i nuovi nazionalisti di Stato, fautori di frontiere, dazi e veti. Le elezioni presidenziali francesi del 2027 saranno una prova decisiva e potrebbero chiudere la finestra che ora si sta aprendo. Chi promette di recuperare sovranità attraverso il veto nazionale potrebbe scoprire che il veto è lo strumento più economico di cui dispongono i nostri avversari per paralizzare l’Europa. L’intelligenza artificiale rende questo dibattito ancora più urgente. Nel suo saggio pubblicato il 26 agosto, Bill Gates avverte che l’AI potrebbe diventare il più grande fattore di uguaglianza della storia o una fonte straordinaria di ingiustizia. La trasformazione raggiungerà presto i lavori di ingresso e di livello intermedio, prima negli uffici e poi anche nel lavoro manuale. Aspettare che lo spostamento occupazionale diventi massiccio significherebbe arrivare troppo tardi. Una risposta europea proattiva è urgente.

