Osservatorio ESCP

Chiara Succi, ESCP: «La governance familiare può essere una risposta alla geopolitica del presente»

La capacità di tramandare saperi taciti, custodire il proprio know-how e preservare relazioni costruite nel tempo, in una fase segnata da tensioni geopolitiche, frammentazione delle catene del valore e crescente incertezza, può trasformarsi in un vero vantaggio competitivo

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Le imprese familiari costituiscono da decenni la spina dorsale delle economie europee e rappresentano oltre il 60% di tutte le aziende del Vecchio Continente. La capacità di tramandare saperi taciti, custodire il proprio know-how e preservare relazioni costruite nel tempo non è soltanto un elemento identitario. In una fase segnata da tensioni geopolitiche, frammentazione delle catene del valore e crescente incertezza, può trasformarsi in un vero vantaggio competitivo e il motivo risiede soprattutto nell'orizzonte temporale che caratterizza questo modello d'impresa. È quanto spiega in un’intervista a Radiocor Chiara Succi, professoressa di Organisational Behavior di ESCP Torino.

Una «prospettiva di lungo periodo», afferma l’esperta, permette alle imprese «di assorbire shock e discontinuità commerciali, monetarie, ed energetiche che nel breve termine appaiono destabilizzanti, ma che si ridimensionano se osservati nell'arco di una successione generazionale». Non si tratta di «semplice resistenza», ma di una «capacità di reinvenzione». La letteratura recente (Yilmaz et al., 2024) mostra come la resilienza delle imprese familiari non sia passiva conservazione, ma «un continuo adattamento del modello di business», che allo stesso tempo preserva «l'identità di fondo». Tuttavia, per riuscire a sfruttare il loro vantaggio strategico e a trasformarlo in redditività, le aziende familiari devono governare «con attenzione la transizione tra generazioni», spiega Succi, e gestire le possibili criticità derivanti dal loro radicamento territoriale.

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Chiara Succi, professoressa di Organisational Behavior di ESCP Torino

Radici profonde

In generale, avere radici profonde può essere una freccia nell’arco della resilienza imprenditoriale. Le crisi geopolitiche recenti, come quella in corso in Iran, hanno infatti dimostrato che il mondo, per quanto digitalizzato, resta ancorato a fattori materiali. Le tensioni si giocano ancora su confini, su rotte commerciali come quelle che passano dallo Stretto di Hormuz o su infrastrutture fisiche e risorse, il cui controllo determina rapporti di forza reali. In tale contesto di instabilità e frammentazione, «chi ha radici profonde in un territorio specifico è meno esposto alla volatilità di catene globali disperse, ed è più capace di trasformare l'incertezza in tempo per adattarsi», afferma Succi. «Il radicamento territoriale diventa quindi un asset competitivo», perché si traduce in «filiere corte, relazioni di lungo corso con fornitori e comunità locali, know-how tramandato internamente».

Esiste però anche un rovescio della medaglia. «La stessa prossimità fisica che protegge dalla volatilità delle catene globali – spiega Succi - può trasformarsi in vulnerabilità quando l'instabilità geopolitica colpisce direttamente le infrastrutture locali sia energetiche che logistiche e digitali». Bisogna poi tenere conto che nessuna impresa, per quanto radicata, «è del tutto immune quando la frammentazione investe l'infrastruttura fisica su cui si regge la sua stessa filiera», come avvenuto in crisi recenti come quella seguita alla diffusione del Covid-19. Inoltre, le aziende familiari devono far fronte a maggiori vincoli di risorse e presentano una minore diversificazione e a influenzare la loro organizzazione non sono solo le sfide esterne, ma anche quelle interne.

Un possibile freno all’innovazione

Conflitti tra i membri della famiglia, difficoltà nella pianificazione della successione e questioni relative alle dinamiche familiari e alla comunicazione possono influenzare le performance e l’efficienza delle aziende. «L'orizzonte multigenerazionale è un vantaggio solo se la transizione tra generazioni viene gestita con attenzione», dice Succi. Secondo l’esperta, il passaggio di saperi, relazioni e visione strategica da una generazione all'altra è un «processo delicato, esposto a discontinuità anagrafiche, di leadership, di allineamento tra eredi». Quindi, se gestito nella maniera sbagliata, «può vanificare decenni di accumulo di capitale reputazionale e relazionale».

Spesso questo richiede una mediazione sulla tendenza intrinseca alla “custodianship” dei fondatori. «Proteggere il vantaggio competitivo custodito da un’azienda richiede investimenti e disciplina, ma non deve tradursi in rigidità», osserva Succi. Come evidenzia il framework di Dacin, Dacin e Kent (2019, Academy of Management Annals), essere custodi non significa «conservazione passiva ma rinnovamento costante». Altrimenti, la fedeltà alla tradizione, se non bilanciata da capacità di reinvenzione, rischia di trasformarsi «da risorsa strategica a freno all'innovazione».

Imprenditorialità transgenerazionale

La gestione dei passaggi di consegne familiari in azienda è quindi un processo fondamentale, anche se complesso. «L'imprenditorialità transgenerazionale non si trasmette come un manuale di istruzioni – spiega Succi - ma come una postura mentale che tende a indebolirsi a ogni passaggio generazionale, se non alimentata attivamente». Per evitare che questo accada, la ricerca di Canovi, Succi, Labaki e Calabrò (2022, Journal of the Knowledge Economy) - condotta sul caso della cantina Satta - individua quattro leve che la famiglia imprenditoriale può attivare per stimolare la volontà dei propri figli di entrare in azienda e favorire la trasmissione delle cariche e dei saperi. Queste prevedono di ridurre la centralità del fondatore nelle decisioni, lasciare spazio ai bisogni di esplorazione della nuova generazione, promuoverne l'individualità rispetto al percorso tracciato dai predecessori e garantire un apprendimento esperienziale diretto, attraverso l'affiancamento in azienda e l'esposizione precoce a decisioni reali.

«È la combinazione di queste condizioni, più che la trasmissione di un sapere codificato, a rendere possibile il passaggio» generazionale, afferma Succi, e questo fattore è una fonte di opportunità che supera la semplice continuità. «Una generazione a cui viene lasciato reale spazio di individualità ed esplorazione – prosegue l’esperta - non eredita passivamente un modello, ma lo rimette in discussione dall'interno, portando istanze (come la sostenibilità, la trasformazione digitale, l'apertura verso mercati internazionali) che nascono dal suo stesso posizionamento nel mondo, non da una concessione della generazione precedente». Perciò, è necessario riuscire a combinare due velocità diverse per trasformare la successione da momento di rischio a occasione di rilancio strategico: «da un lato, l'intelligenza radicata e paziente che caratterizza le imprese familiari, capace di leggere il lungo periodo – sintetizza Succi - dall'altro la rapidità di adattamento richiesta dal contesto contemporaneo, dove anche strumenti come l'intelligenza artificiale accelerano tempi e processi».

La tradizione come valore

D’altra parte, la capacità di trasmettere tra le generazioni competenze e conoscenze tacite in tempi segnati da una rapida evoluzione delle tecnologie e dalle risposte immediate dell’AI e degli algoritmi consente alle imprese familiari non solo di governare l’incertezza, ma anche di custodire un patrimonio di valori che va oltre la sua traduzione economica. «Il sapere tramandato, come tecniche produttive, relazioni con fornitori storici, codici estetici e qualitativi, è per definizione non replicabile: non si acquista, si eredita e si affina nel tempo – afferma Succi - e questo lo rende non soltanto una barriera competitiva più solida di molti vantaggi tecnologici o di prezzo, ma soprattutto un'eredità culturale, un patto implicito con chi verrà dopo». Tale aspetto emerge anche dagli studi condotti dall’esperta (come la ricerca di Succi, Muratbekova, Bonneton e Tordiglione, 2026, Academy of Management Perspectives) su imprese artigiane storiche, che dimostra come la custodianship del patrimonio produttivo e simbolico dell'impresa sia anzitutto un atto di responsabilità verso la comunità, i territori e le generazioni future, prima ancora che una fonte di valore riconosciuto dal mercato. «Il valore di questo patrimonio , tuttavia, non risiede nella sua conservazione in sé – sottolinea Succi - ma dalla capacità custodirlo con coerenza, restando fedeli a un'identità e a un sistema di relazioni costruito nel tempo, capendo che il mercato contemporaneo riconosce e premia autenticità, tracciabilità, artigianalità, soprattutto nei segmenti premium». Quindi, la sfida consiste nel «proteggere l'unicità del sapere custodito evitandone la banalizzazione, e insieme - conclude l’esperta - custodirlo come un'eredità viva, capace di parlare al presente prima ancora che di adattarsi ad esso».

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