Formazione

Come aziende e manager possono favorire il cambiamento e l’uscita dalla “zona di comfort”

Quali errori evitare e quali strategie concrete i manager possono adottare per stimolare il coraggio e l’innovazione

di Lorenzo Cavalieri*

La sicurezza psicologica in azienda migliora le performance

3' di lettura

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Da alcuni anni una delle espressioni più utilizzate nel mondo del lavoro è “zona di comfort”. Si tratta di una condizione psicologica che ci permette di tenerci al riparo da sentimenti di paura e ansia perché percepiamo di avere tutto sotto controllo. Siamo in zona di comfort tutte le volte che sappiamo benissimo cosa fare, lo facciamo con estrema naturalezza, senza sforzi e senza alcun tipo di pressione, in un ambiente in cui ci sentiamo accolti, perfettamente a nostro agio e in cui nessuno ci chiede o si aspetta da noi alcunché.

Nella vita delle aziende la zona di comfort è solitamente descritta come un male da combattere. Ci si lamenta perché il proprio collega non fa nulla che vada oltre la sua zona di comfort e dunque non prende iniziative e non si assume rischi e responsabilità. Ci si lamenta del management che non innova perché preferisce stare nella sua zona di comfort. Ci si lamenta del cliente che non sposa i nuovi prodotti perché predilige la zona di comfort delle vecchie soluzioni.

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Neurologi e psicologi ci dicono che siamo i campioni mondiali dell’adattamento, che siamo programmati per cercare una zona di comfort in qualsiasi contesto. Cercare la sfida, cercare lo stress, cercare l’ignoto è una inclinazione rara, costosa, si potrebbe quasi dire “contronatura”. Eppure tutti abbiamo sperimentato nelle nostre esistenze personali e professionali che i “salti”, i grandi passaggi di crescita, arrivano sempre attraverso un viaggio oltre la comfort zone.

La battaglia delle aziende contro la zona di comfort”

Questa consapevolezza induce le aziende a ingaggiare continue battaglie contro la “zona di comodità” che si traducono però spesso in un grande spreco di energie, in malintesi e frustrazioni diffuse. Vediamo quali sono i principali errori di questa “crociata”:

1) Colpevolizzare chi tende ad accovacciarsi beato nella propria zona di comfort, evidenziando questo limite come insuperabile difetto caratteriale e sottolineando continuamente che il compitino del giorno non basta. Questo approccio paradossalmente sortisce l’effetto opposto: mi giudichi, mi fai sentire deludente, depotenzi ulteriormente quel senso di autostima e di autoefficacia che dovrebbe consentirmi di “osare”.

2) Ritenere che basti parlarne o spiegarne i presupposti psicologici per ottenere cambiamenti nei comportamenti delle persone. Citare la zona di comfort in un corso di formazione, in uno speech motivazionale o in una sessione di coaching non modifica di un centimetro l’atteggiamento delle persone. Se siamo cresciuti in ambienti opprimenti, iper regolamentati e iperprotettivi saremo impermeabili a qualsiasi bel discorso.

3) Ritenere che banali incentivi economici possano essere sufficienti a innescare una auspicabile fuga dalla zona di comfort: “Quest’anno abbiamo introdotto per loro un premio del 10%, ma niente, non stanno combinando niente”.

Che fare allora? Le organizzazioni più prestigiose possono permettersi un rigoroso processo di selezione per pescare in quella piccola percentuale di persone coraggiose e innovative, allenate a “divergere” e a giocare nello stress e nel caos. Si tratta di una esigua minoranza. Al di là di queste eccezioni cosa può fare un manager per spingere i propri collaboratori a “lanciarsi”?

1) Dare l’esempio. Siamo sicuri che chi predica coraggio e innovazione per gli altri non sia nel concreto del suo ruolo un amante della comfort zone? Se vuoi che osino devi osare tu per primo.

2) Smettere di parlare di zona di comfort in termini critici (“avresti dovuto” “mi sarei aspettato…”, ecc.) e dedicarsi invece a celebrare quei centimetri di novità che tutti ogni tanto, spesso inconsapevolmente, ci troviamo ad abbracciare.

3) Creare nel proprio team una cultura dell’errore accettabile: si può osare perché fino a una certa soglia codificata e predefinita l’errore è ammesso e non è criminalizzato.

4) Ascoltare. Tutti possiamo osare ma per farlo dobbiamo avere “il fuoco dentro”. Se conosci il tuo collaboratore e lo sai ascoltare scopri dove trovare il suo “fuoco”. Il fuoco non è un bonus del 5%, probabilmente non è neanche un incremento retributivo. Il fuoco è una passione, una missione, è un’attività che ci fa sentire importanti, che ci dà la sensazione di avere un impatto positivo sul mondo.

*Managing director della società di formazione e consulenza Sparring

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