Comunicare per cooperare. Quando le norme sociali fanno la differenza
I risultati degli studi condotti dagli economisti sperimentali portano a questa conclusione, messaggio non trascurabile in un’era di iper-connessione e di ipo-comunicazione come la nostra
di Vittorio Pelligra
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Il processo di produzione volontaria di un bene pubblico è diventato in questi anni il campo di prova nel quale gli economisti sperimentali esplorano il funzionamento di quei fattori che influenzano positivamente o negativamente la nostra innata tendenza alla cooperazione. In condizioni di totale anonimato e in assenza di qualunque forma di comunicazione, ciò che osserviamo è una iniziale disponibilità a cooperare che però si affievolisce con il passare del tempo. La spiegazione prevalente al riguardo è quella relativa alla cosiddetta “cooperazione condizionale”.
Le persone sono differenti. Differiscono anche rispetto alla loro naturale predisposizione al fare le cose con gli altri. In particolare, osserviamo una certa quota di soggetti che si comportano da free riders duri e puri, cioè sono indisponibili a cooperare qualunque cosa facciano gli altri e poi osserviamo un'altra quota, prevalente, si soggetti che, invece, si dimostrano propensi a cooperare se vedono gli altri cooperare e, viceversa, fanno un passo indietro se si accorgono di essere circondati da free riders, da individui, cioè, che cercano di sfruttare opportunisticamente i benefici della cooperazione senza sostenerne alcun costo.
L'interazione tra cooperatori condizionali e free riders duri e puri spiega ciò che invariabilmente si osserva negli esperimenti nei quali, attraverso il cosiddetto public good game, si analizzano tali situazioni: i gruppi iniziano a cooperare, ma poi, lentamente, la cooperazione si riduce fino a convergere verso il livello previsto dalla teoria, cioè zero.
Nella maggioranza di questi esperimenti viene esplicitamente esclusa la possibilità di comunicare tra i membri dei gruppi. Questo è strano, visto che la capacità di comunicare e di veicolare intenzioni e desideri e di fare promesse è una caratteristica distintamente umana che può giocare al riguardo un ruolo cruciale.
E, infatti, quando la possibilità di comunicare viene presa in considerazione le cose sembrano cambiare radicalmente. Uno dei primi studi ad esaminare gli effetti della comunicazione nell'ambito di un public good game è stato quello condotto nel 1988 dai due economisti statunitensi Mark Isaac e James Walker (Communication and free-riding behavior: the voluntary contributions mechanism”. Economic Inquiry 26, pp. 585–608, 1988).








