Centro studi

Confindustria: «Lo scenario continua a deteriorarsi»

I consumi e i servizi sono a rischio frenata, l’unico driver della produzione dell’industria sono per ora gli investimenti del Pnrr

di Nicoletta Picchio

Navi cisterna alla fonda al largo dello Stretto di Hormuz, nei pressi di Bandar Abbas, in Iran APN

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Con la guerra in Iran lo scenario continua a deteriorarsi: il petrolio resta troppo caro perché la tregua in Medio Oriente non ha riaperto lo stretto di Hormuz. Con il prolungarsi di tale shock, si va ampliando il suo impatto sulle economie: balza l’inflazione, che cresce anche in Italia, scende ancora di più la fiducia delle famiglie e il calo si estende a quella delle imprese, rischia di bloccarsi il canale del credito.

I consumi e i servizi sono a rischio frenata, l’unico driver della produzione dell’industria sono per ora gli investimenti del Pnrr: i prossimi mesi saranno decisivi per «verificare la capacità delle misure realizzate di produrre risultati duraturi in termini di crescita economica, efficienza amministrativa, riduzione dei divari» e che comunque l’Italia è tra i migliori nella Ue nello stato di avanzamento.

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Ma sugli investimenti è possibile una frenata: i dati congiunturali evidenziano un indebolimento nei due mesi di guerra. Nel primo trimestre sono calate le richieste di credito delle imprese per finanziare gli investimenti, a causa dello scenario avverso, sebbene il tasso non sia salito, 3,38% a marzo. Ad aprile si è ridotta ancora di più la fiducia di chi produce beni strumentali.

È il quadro che emerge da Congiuntura Flash del Centro studi Confindustria, che al Pnrr dedica un focus. Petrolio, quindi, ancora caro, 105 dollari al barile a maggio. Questa guerra impatta meno di quella in Ucraina sul prezzo del gas: a maggio è 46 euro kwh, ma ben più alto dei 28 euro di fine 2025. L’inflazione sale, 2,7% in aprile, i prezzi energetici hanno segnato +9,2% all’anno, mentre i prezzi core rallentano, +1,7 per cento. I mercati si aspettano che la Bce inizi a giugno a rialzare i tassi, ora al 2 per cento.

Nel primo trimestre gli occupati sono aumentati di +0,1%, sostenendo un poco i redditi reali, ma la fiducia delle famiglie ha continuato a scendere. Con il protrarsi della guerra è a rischio la spesa degli stranieri per il turismo in Italia; i servizi sono a rischio stop. L’industria tiene, ma c’è un peggioramento in vista: il PMI segna una domanda più debole e ci sono riduzioni delle attese sulla produzione dovute alla guerra.

L’export è resiliente: nei primi tre mesi del 2026 le esportazioni italiane hanno continuato a crescere, +4,0% in valore sul quarto trimestre 2025. A marzo la crescita delle vendite si è consolidata nonostante il crollo in Medio Oriente, -52,5% tendenziale da +15,2%, compensato a +84% in Svizzera, +23,9% in Cina e nei principali paesi Ue.

Nell’Eurozona l’industria è debole, con tutte le dinamiche negative nel primo trimestre, e i servizi sono in sofferenza. L’economia Usa è indebolita, con una frenata del mercato del lavoro, mentre la Cina non rallenta, con il pil del primo trimestre cresciuto del +5% annuo.

Per quello che riguarda il Pnrr, al 29 aprile 2026 risultano raggiunti 416 traguardi e obiettivi su 575, oltre il 72% del totale previsto, a fronte di una media del 50% per gli altri paesi beneficiari. Con il pagamento entro maggio della nona rata le risorse incassate salirebbero a 166 miliardi di euro, oltre l’85% della dotazione complessiva del Piano. Tuttavia la fase finale dell’attuazione appare più complessa rispetto alle precedenti, poiché riguarda soprattutto gli investimenti infrastrutturali e interventi caratterizzati da tempi di realizzazione più lunghi e con maggiori criticità operative. Il 70% delle risorse impegnate riguarda progetti ancora non completati. La valutazione sostanziale del Piano, dice il Csc, resta aperta: sono deboli gli strumenti per valutare gli outcome effettivi e gli impatti strutturali su pil, produttività, qualità dei servizi pubblici, divari territoriali e sociali.

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