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Trump lancia il Board of Peace a Davos. Ecco che cos’è e chi ne fa parte

Un progetto che sfida il multilateralismo tradizionale, con adesioni da Medio Oriente, Asia e controversie europee, mentre si prospetta un ruolo permanente per Trump

Aggiornato il 23 gennaio 2026 ore 8:15

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Donald Trump al World Economic Forum a Davos, Svizzera. (AP Photo/Evan Vucci)

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Nel pieno del World Economic Forum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato una delle iniziative più controverse del suo secondo mandato: il Board of Peace, un nuovo organismo internazionale che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali. Un progetto che divide profondamente la comunità internazionale e solleva interrogativi sulla tenuta dell’architettura multilaterale costruita nel secondo dopoguerra.

Dalla ricostruzione di Gaza a un mandato globale

Il Board of Peace nasce formalmente come estensione del piano statunitense per il cessate il fuoco a Gaza, con l’obiettivo iniziale di supervisionarne la demilitarizzazione e la ricostruzione. Ma la bozza dello statuto, circolata tra i Paesi invitati, racconta una storia diversa: nessun riferimento esplicito a Gaza e un mandato molto più ampio, definito come promozione di “stabilità, pace e governance” nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Si tratta quindi di un’evoluzione che ha alimentato i timori di molti alleati occidentali, soprattutto dopo le dichiarazioni di Trump secondo cui il Board “potrebbe” arrivare a sostituire le Nazioni Unite. A Davos, quella frase è risuonata come una sfida diretta al multilateralismo tradizionale.

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Trump firma lo statuto del Board of peace: collaborerà con Onu

Trump presidente a tempo indeterminato

Lo statuto prevede che Trump sia presidente del Board a tempo indeterminato, anche oltre la fine del suo mandato alla Casa Bianca. Sotto di lui opererebbe un Consiglio esecutivo fondatore che include figure chiave dell’establishment trumpiano e internazionale, dal genero Jared Kushner al Segretario di Stato Marco Rubio, fino all’ex primo ministro britannico Tony Blair.

Altro punto critico è il meccanismo di adesione: i Paesi entrano per un mandato triennale, ma per ottenere un seggio permanente è richiesto un contributo di un miliardo di dollari. Secondo Washington, i fondi sarebbero destinati alla ricostruzione di Gaza; per molti osservatori, però, il rischio di opacità e di una vera e propria “diplomazia a pagamento” è evidente.

Chi aderisce e chi si tira indietro

Finora il Board ha raccolto il sostegno di numerosi Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, oltre a governi considerati politicamente controversi. Tra gli aderenti figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia e Ungheria, ma anche la Bielorussia di Alexander Lukashenko. Israele ha dato il proprio assenso, nonostante le tensioni interne al Board e le pendenze giudiziarie internazionali del premier Netanyahu.

Più cauta - quando non apertamente contraria - la reazione europea. Francia e Norvegia hanno rifiutato l’invito, sollevando dubbi sulla compatibilità del Board con il ruolo dell’Onu. Anche la Spagna ha declinato l’invito. La Cina, pur invitata, ha ribadito la propria fedeltà a un sistema internazionale “con le Nazioni Unite al centro”. La Russia ha confermato l’adesione, mentre l’Ucraina ha escluso qualsiasi partecipazione che la vedrebbe sedere allo stesso tavolo di Vladimir Putin, anch’egli peraltro al centro di pendenze giudiziarie internazionali.

L’elenco completo degli Stati aderenti

Secondo le informazioni diffuse dall’amministrazione statunitense e confermate da fonti diplomatiche, oltre ai Paesi già citati, hanno accettato l’invito a entrare nel Board of Peace anche Qatar, Bahrein, Pakistan, Marocco, Kosovo, Argentina e Paraguay. A questi si aggiungono, dall’Asia centrale e sud-orientale, Kazakistan, Uzbekistan, Indonesia e Vietnam, oltre ai Paesi del Caucaso Armenia e Azerbaigian, già protagonisti nel 2025 di un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. L’invito a farne parte rivolto dall’amministrazione Trump al Canada, che aveva annunciato un’adesione condizionata, subordinata alla definizione dei meccanismi finanziari e di governance del nuovo organismo, è stato poi ritirato da Trump.

Lo scontro fra Trump a Carney si è acceso dopo che a Davos il premier canadese ha parlato di un’era “di rivalità fra le grandi potenze”, dell’“ordine basato sulle regole che sta svanendo” e dei “forti che possono fare quello che vogliono” a scapito dei deboli. Per ritorsione, il presidente americano Donald Trump ha quindi ritirato l’invito a partecipare al Board of Peace. “Caro premier Carney, vi prego di far sì che questa lettera serva a rappresentare che il Consiglio di pace sta ritirando il suo invito riguardo all’adesione del Canada a quello che sarà il più prestigioso consiglio dei leader mai riunito, in qualsiasi momento”, ha detto Trump sul suo social Truth.

Anche l’Italia guarda con prudenza all’iniziativa. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di possibili criticità costituzionali e ha annunciato che non parteciperà alla cerimonia di firma. Una posizione che riflette un più ampio disagio europeo: sostenere un progetto fortemente personalizzato su Trump rischia di indebolire il già fragile coordinamento dell’Unione in politica estera.

Multilateralismo sotto pressione

Le Nazioni Unite, dal canto loro, minimizzano. Il responsabile degli aiuti umanitari Onu ha ribadito che l’organizzazione “non andrà da nessuna parte”. Eppure il messaggio politico del Board of Peace è chiaro: Washington intende riscrivere le regole del gioco, affiancando – se non sostituendo – le istituzioni multilaterali con strumenti più flessibili, ma anche più controllati.

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Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la questione non è solo se aderire o meno a un nuovo organismo, ma come difendere un sistema di governance globale che garantisca equilibrio, trasparenza e legittimità. Il Board of Peace potrebbe rivelarsi un laboratorio di diplomazia alternativa o l’ennesimo fattore di frammentazione. Molto dipenderà da chi siederà davvero a quel tavolo e da quali regole accetterà di rispettare.

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