Trump lancia il Board of Peace a Davos. Ecco che cos’è e chi ne fa parte
Un progetto che sfida il multilateralismo tradizionale, con adesioni da Medio Oriente, Asia e controversie europee, mentre si prospetta un ruolo permanente per Trump
4' di lettura
4' di lettura
Nel pieno del World Economic Forum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato una delle iniziative più controverse del suo secondo mandato: il Board of Peace, un nuovo organismo internazionale che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali. Un progetto che divide profondamente la comunità internazionale e solleva interrogativi sulla tenuta dell’architettura multilaterale costruita nel secondo dopoguerra.
Dalla ricostruzione di Gaza a un mandato globale
Il Board of Peace nasce formalmente come estensione del piano statunitense per il cessate il fuoco a Gaza, con l’obiettivo iniziale di supervisionarne la demilitarizzazione e la ricostruzione. Ma la bozza dello statuto, circolata tra i Paesi invitati, racconta una storia diversa: nessun riferimento esplicito a Gaza e un mandato molto più ampio, definito come promozione di “stabilità, pace e governance” nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Si tratta quindi di un’evoluzione che ha alimentato i timori di molti alleati occidentali, soprattutto dopo le dichiarazioni di Trump secondo cui il Board “potrebbe” arrivare a sostituire le Nazioni Unite. A Davos, quella frase è risuonata come una sfida diretta al multilateralismo tradizionale.
Trump presidente a tempo indeterminato
Lo statuto prevede che Trump sia presidente del Board a tempo indeterminato, anche oltre la fine del suo mandato alla Casa Bianca. Sotto di lui opererebbe un Consiglio esecutivo fondatore che include figure chiave dell’establishment trumpiano e internazionale, dal genero Jared Kushner al Segretario di Stato Marco Rubio, fino all’ex primo ministro britannico Tony Blair.
Altro punto critico è il meccanismo di adesione: i Paesi entrano per un mandato triennale, ma per ottenere un seggio permanente è richiesto un contributo di un miliardo di dollari. Secondo Washington, i fondi sarebbero destinati alla ricostruzione di Gaza; per molti osservatori, però, il rischio di opacità e di una vera e propria “diplomazia a pagamento” è evidente.
Chi aderisce e chi si tira indietro
Finora il Board ha raccolto il sostegno di numerosi Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, oltre a governi considerati politicamente controversi. Tra gli aderenti figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia e Ungheria, ma anche la Bielorussia di Alexander Lukashenko. Israele ha dato il proprio assenso, nonostante le tensioni interne al Board e le pendenze giudiziarie internazionali del premier Netanyahu.







