Festival di Trento

Crisi e incertezza globale, ecco la ricetta per riuscire a superarle

Osare e guardare al lungo periodo: Bergami, Canzonieri, Mazzotta e Visentin disegnano la mappa dei comportamenti individuali e collettivi del rischio

di Lello Naso

L’incertezza accorcia gli orizzonti, per questo servono immaginazione e volontà di rischiare

Nella foto: Francesco Canzonieri; Alberto Visentin; Martina Laura Mazzotta; Max Bergami

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L’elenco delle crisi che si sono susseguite dagli anni Novanta a oggi è noto. Francesco Canzonieri, amministratore delegato di Nextilia Sgr, 2,2 miliardi di patrimonio gestito che diventeranno quattro a fine anno, lo sgrana come un rosario laico della finanza: la crisi asiatica, Cirio-Parmalat, i mutui subprime, il debito sovrano. Poi, dal 2013 al 2019, la quiete prima della pandemia. «La finanza non gestisce denaro», dice, «ma incertezza e rischio. L’errore più comune è guardare la quotidianità, restringendo il campo visivo e perdendo l’orizzonte. Ma proprio nelle crisi, nella gestione del rischio, nascono le opportunità. Le crisi non sono la fine del mondo. Il mio primo capo americano amava ripetere che se cammini all’inferno, devi andare avanti perché in fondo c’è la luce, la via d’uscita». Servono immaginazione e volontà di rischiare, come recita il titolo del panel moderato ieri al Festival di Trento da Nicola Saldutti, caporedattore economia del Corriere della Sera.

L’immaginazione. Imago, immagine, spiega la storica dell’arte Martina Mazzotta. La capacità di vedere i simboli, di concepire e formare idee partendo da immagini apparentemente assenti, di cui è impossibile tracciare i confini esatti, ma in cui si ritrovano costanti che ci avvicinano e, come diceva Goethe, ci consentono di sentirci tutti cugini, da Atene ai Nativi americani. Lungo i secoli e oltre i confini.

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Ognuno nel proprio viaggio individuale, nato nel percorso maieutico di formazione, in cui il maestro insegna all’allievo l’arte di apprendere, sostiene Max Bergami, dean emerito della Bologna business school. I metodi, dice Bergami, aiutano fino a un certo punto. Le teorie del management sulla pianificazione non possono prevedere l’evento, appunto, imprevisto, l’incertezza che attacca il nesso tra causa ed effetto. Solo aver imparato ad apprendere ti fa essere attore della storia che scrivi.

Una storia diversa a ogni latitudine. Alberto Visentin, economista a Sciences Po, studia l’Africa Sub-Sahariana. Il suo ragionamento sposta l’orizzonte geopolitico. Nei Paesi in via di sviluppo, spiega, la gestione del rischio riguarda l’esistenza e viaggia su dinamiche completamente diverse da quelle occidentali. Banerjee, Duflo e Kremer, Nobel dell’economia, hanno raccontato in un articolo per il WSJ che in Indonesia il 75% della popolazione ignorava la crisi del 2010. Nell’Africa Sub-Sahariana, nel 2035 il 70% della popolazione avrà meno di 35 anni. Saranno i giovani a gestire la crisi e ad aver il privilegio di poter rischiare.

Sapranno, in ultimo, dopo aver sondato ogni algoritmo e modello, agire di pancia, come consiglia Canzonieri? Certamente meglio dei giovani del mondo occidentale, figli di genitori chioccia e restii all’emancipazione. Non a caso, sostiene Canzonieri, Africa e Asia crescono a due cifre, mentre l’Occidente arranca a ritmi da zero virgola, con pochi leader capaci di prendere decisioni difficili e di portarsi dietro gli altri. Servono, come dice Mazzotta, uomini capaci di creare nuove mappe dalle macerie delle vecchie culture. Come i Dadaisti dopo la Grande Guerra, come tutte le avanguardie capaci di andare oltre il passato. Servono generazioni che, come dice Bergami, escano dallo stigma del fallimento ed entrino nella cultura dell’errore come strumento per apprendere. Hai sbagliato? Stai imparando. Giovani a cui, come dice Visentin, venga data la possibilità di rischiare, in un sistema costruito, anche dalle istituzioni, per rinunciare a una piccola utilità immediata per aver un grande vantaggio in futuro. In fondo c’è la luce, Che forse è proprio la cultura lunga dell’orizzonte.

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