Cyber e AI calcolano il tempo per l’escalation. Ma tocca agli Stati decidere
Droni in Ucraina e Medioriente, Intelligenza artificiale impiegata in teatri di guerra portano il momento per la decisione tattica a istanti. Dovremo essere altrettanto bravi a costruire il tempo necessario per capire. Perché il prossimo salto nella deterrenza potrebbe non essere un’arma più potente o un algoritmo più rapido, ma la capacità di impedire che la velocità trasformi l’incertezza in reazione militare
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Due Eurofighter italiani decollano in scramble e abbattono un drone nello spazio aereo lituano. Nelle ore successive non è ancora certo da dove provenisse né perché fosse lì. È una delle immagini più efficaci della guerra, o forse non guerra, che sta cambiando: possiamo essere costretti ad agire prima di aver capito fino in fondo a cosa stiamo reagendo. Il problema ha un nome che nella cybersecurity è conosciuto bene: tempo. Ma con un paradosso. Da anni lavoriamo per ridurre quello necessario a individuare un attacco e rispondere. Nella geopolitica esiste invece un tempo che non dovremmo comprimere troppo: quello che separa la percezione di una minaccia dalla decisione di far salire il livello dello scontro. Potremmo chiamarlo Mean Time to Escalate – tempo medio per l’escalation.
Chiedilo al Sole
A livello politico questo tempo è ancora lungo: attribuzioni formali, consultazioni tra alleati, sanzioni e decisioni militari richiedono giorni, settimane, a volte mesi. A livello tattico la finestra si comprime invece verso minuti e secondi. Sensori, droni, sistemi autonomi e AI vedono, correlano e suggeriscono risposte con una velocità incompatibile con i tempi tradizionali della politica. È dentro questa finestra che si concentra il rischio più nuovo: non tanto l’allargamento geografico dei conflitti, quanto il fatto che il tempo tattico possa trascinare quello politico dentro il proprio ritmo.
Il fronte russo-ucraino mostra già questa frizione. La pressione sottosoglia, azioni calibrate per creare effetti senza superare apertamente il limite di una risposta militare, può obbligare l’avversario a reagire. Un drone relativamente economico può far accendere radar, decollare caccia e attivare catene di comando. Sondare le difese non è nuovo: lo si faceva anche durante la Guerra fredda. La discontinuità è il costo e la scala. Oggi può essere fatto con sistemi senza pilota, sacrificabili e ripetibili, mentre l’AI correla ciò che la risposta rivela con immagini satellitari, comunicazioni e fonti aperte. Oggi è forse anche meno politicamente rischioso. Un drone può accidentalmente andare fuori rotta. Un tempo gli aerei spia erano in grado di muovere le lancette dell’orologio dell’Armageddon sempre più vicine allo zer0.
La questione cyber
La cyber spinge ancora oltre questa asimmetria perché consente di preparare il campo prima dello scontro ed è al contempo incredibilmente difficile da rilevare ed attribuire. Il 13 luglio l’Unione europea ha adottato il più grande pacchetto di sanzioni cyber varato finora contro l’ecosistema russo. Il punto non è soltanto la sanzione. È la differenza di velocità: un’operazione digitale può essere preparata ed eseguita in ore; attribuirla formalmente, costruire consenso politico e rispondere richiede molto più tempo. Questa distanza tra tempo operativo e tempo istituzionale è già una vulnerabilità strategica. Il Medioriente mostra un’altra parte del problema: la fragilità dei nodi.
Lo Stretto di Hormuz ne è il caso più evidente. Prima del conflitto vi transitavano in media circa 125 grandi navi al giorno; lo scorso 15 settembre Reuters ne ha contate quattro. Non serve conquistare un nodo per produrre un effetto globale. Basta modificarne il rischio perché l’intera rete inizi a riconfigurarsi. Vale per uno stretto marittimo, ma anche per un cavo sottomarino, una cloud region, una costellazione satellitare o una rete energetica. La nuova geopolitica è anche geopolitica delle dipendenze. Ed è qui che i due teatri iniziano a somigliarsi: non perché esista necessariamente una regia unica, ma perché infrastrutture, tecnologie e tempi decisionali stanno diventando sempre più interdipendenti. L’energia modifica la capacità industriale, il cloud sostiene servizi civili e militari, i satelliti servono navigazione e targeting, i droni consumano intercettori. La separazione fra dominio civile, tecnologico e militare diventa sempre meno netta.

