Comunicazione

Da Iliad a Pepsi la provocazione riaccende la battaglia tra i brand

Dagli spot alle cause legali i marchi abbandonano il fair play e trasformano il conflitto in visibilità: tra appropriazione simbolica e attacchi diretti, la competizione diventa spettacolo pubblico

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

Credits: billow926 (Pexels)

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Da qualche mese in America tra due colossi del beverage è calato il gelo, e non solo perché si parla di orsi polari. Tutto inizia a febbraio col SuperBowl, ma l’arrivo della stagione più mite non sta placando gli animi, anche in vista di possibili riconoscimenti ai Cannes Lions 2026, in programma tra poco più di un mese. Si tratta del nuovo spot «The choice», lanciato da Pepsi con gli iconici orsi associati da decenni a Coca-Cola e ora coinvolti in un blind test tra differenti prodotti. Con sorpresa uno di loro opta per Pepsi, scatenando una crisi identitaria raccontata con ironia e nostalgia pop. Lo chiamano il ritorno delle «cola wars». Una ferita mai rimarginata, ma stavolta la tenzone abbraccia l’appropriazione dell’immaginario collettivo, combattendo per occupare territori culturali condivisi.

Gli orsi polari – identitari per Coca-Cola sin dal 1993 – diventano strumenti di riscrittura narrativa da parte del competitor, che ne riutilizza i codici emotivi. «Pepsi ha dirottato uno degli asset di marca più riconoscibili della storia pubblicitaria», scrive Mark Stenberg su Adweek. Una rivalità progettata per generare viralità. «Sono state utilizzate le leve dell’umorismo e della memoria culturale per riaccendere le cola wars per una generazione social-first», rincara la dose Charles Taylor su Forbes.

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Conflitto che genera engagement

Stop alla diplomazia: in un ecosistema dominato dall’iper-visibilità permanente, le guerre tra brand si trasformano in serie narrative continue, mentre il conflitto diventa leva di engagement. La provocazione pubblica e il riferimento diretto ai competitor diventano strumenti per conquistare attenzione in un mercato saturo di contenuti. «Mamma, i marchi stanno di nuovo litigando», ha titolato il Wall Street Journal, evidenziando questa strategia come necessità di emergere.

L’approdo delle liti online segna la fine della riservatezza, effetto della polarizzazione dei social. Persino le diffide trovano spazio pubblico: mentre prima sarebbero rimaste confinate tra telefonate riservate e trattative silenziose, oggi vengono trasformate in contenuto social proprio dal Ceo. È il caso della querelle Fastweb-Vodafone contro Iliad sull’utilizzo della testimonial Megan Gale con la pubblicazione dell’ingiunzione su LinkedIn da parte dal Ceo di Iliad Benedetto Levi.

 In guerra su tutti gli schermi

Gli esempi si moltiplicano. In America Vrbo, società di affitti di case-vacanza, ha affisso messaggi pubblicitari descrivendosi come più cool di Airbnb di fronte alla sede centrale del colosso tech a San Francisco. Il Ceo Brian Chesky ha persino condiviso una foto della pubblicità sul suo account Instagram, accompagnata da una faccina sorridente che nasconde altro. Qualche tempo fa la multinazionale alimentare Mondelez International ha citato in giudizio il marchio olandese di cioccolato Tony’s Chocolonely per violazione dei diritti di proprietà intellettuale in quanto aveva imitato l’inconfondibile involucro viola del marchio Milka in una campagna che insinuava come altri produttori di cioccolato più grandi sfruttasseroi coltivatori di cacao sottopagandoli.

Si litiga anche in Cina: qui McDonald’s ha attaccato il leader di mercato KFC con una campagna per il “CFC”, ovvero il pollo allevato senza gabbie, insinuando che quello del competitor fosse allevato in modo poco etico. È il tempo del poco fair play: i marchi di bibite salutari Poppi e Olipop si sono scontrati sui social dopo che la prima ha consegnato distributori automatici ad alcuni tiktoker, mentre la seconda ha criticato il costo dell’operazione, stimando l’investimento per ogni singolo macchinario sui 25.000 dollari. Di mezzo c’è anche la digital detox. Hatch, azienda produttrice di sveglie smart, ha lanciato una campagna definita come un’imboscata contro Apple, posizionandosi come soluzione alle abitudini di sonno poco sane causate dallo scrolling notturno sugli iPhone. E l’ha fatto con cartelloni pubblicitari collocati accanto a quelli del colosso di Cupertino, incolpandolo di rovinare le abitudini notturne.

 Una battaglia continua

Per Pinar Yildirim, professoressa di marketing alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania e coautrice del rapporto «Negative advertising and competitive positioning» sugli effetti delle campagne comparative, la storia dimostra che le prolungate guerre tra marchi possono danneggiare la percezione dei consumatori riguardo a intere categorie di prodotti. Insomma, alla lunga perdono tutti. Ma in realtà non c’è nulla di nuovo sotto il sole (dei social) perché le campagne pubblicitarie aggressive hanno una lunga storia.

«Dai venditori di tabacco dei primi del ‘900 ai produttori di personal computer della fine del secolo scorso, le aziende si sono contese quote di mercato scambiandosi insulti attraverso i media a pagamento. Ma le guerre pubblicitarie riducono la domanda per tutte le parti coinvolte poiché i consumatori si stancano di competere con marchi che offrono prodotti simili», scrive Yildirim.

Tra gli esempi più noti si annoverano la longeva Pepsi-challenge iniziata nel 1975 e che ritrae i consumatori mentre scelgono Pepsi al posto di Coca-Cola o la campagna Get a Mac degli anni 2000 che presentava i computer Apple come più performanti rispetto ai concorrenti considerati più nerd. La ricerca sottolinea come negli anni Settanta meno del 20% delle campagne conteneva riferimenti diretti ai competitor, ma nei decenni successivi la quota è aumentata in modo significativo.

«La comunicazione sui social ha intensificato la competizione. Quando evidenzi le debolezze del competitor, finisci anche per ricordare ai consumatori le somiglianze tra prodotti. Inoltre la minaccia della pubblicità negativa può spingere le aziende a adottare approcci più prudenti e conservativi persino nella progettazione. In fondo l’attenzione continua sui difetti finisce per erodere la fiducia dei consumatori verso entrambi i marchi», conclude Yildirim. Così la polarizzazione genera omologazione e la tensione frena l’innovazione. Una regola che si applica bene anche al marketing.

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