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Difesa, l’import soddisfa un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari dell’Italia

Per quanto riguarda l’impatto di un aumento della spesa per la difesa sulla crescita, l’istituto di Via Nazionale delinea due scenari

di Andrea Carli

 ANSA

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L’industria della difesa italiana guarda a nuovi mercati ma un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari del nostro paese è soddisfatto dalle importazioni. È uno degli aspetti messi in evidenza da Bankitalia nella Relazione annuale, resa pubblica venerdì 29 maggio.

Il documento fotografa la struttura della filiera della Difesa e gli impatti a livello macroeconomico di un aumento della spesa. Il primo elemento che viene messo in evidenza è che il settore privato della difesa è caratterizzato da una forte propensione all’export (58 per cento delle vendite), prevalentemente verso paesi extraeuropei, a fronte di acquisti in larga parte nazionali (72 per cento, equamente distribuiti tra beni manifatturieri e servizi). Circa un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari dell’Italia, spiega l’istituto di Via nazionale, è tuttavia soddisfatto attraverso le importazioni. L’Italia acquista da fornitori esteri (Stati Uniti in particolare) circa il 30 per cento degli equipaggiamenti militari.

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Per quanto riguarda gli effetti che aumenti della spesa per la difesa producono sulla crescita, nel documento Bankitalia delinea due scenari. Il primo, quello di base prevede un incremento permanente della spesa per la difesa pari allo 0,5 per cento del PIL, rivolto ai produttori nazionali, con approvvigionamento di beni intermedi anche sul mercato estero e con l’attuale ripartizione paritaria tra spese per il personale e per gli armamenti. In tale contesto, spiega l’istituto di Via nazionale, gli investimenti in R&S nell’intera economia aumenterebbero dello 0,6 per cento e il prodotto potenziale di 0,01 punti percentuali nell’arco di dieci anni, a fronte di un tasso di variazione annuale dell’output potenziale che, secondo le stime del Documento programmatico di finanza pubblica 2025, è in media di poco superiore a mezzo punto percentuale nel prossimo quinquennio.

Il secondo scenario, alternativo, considera un incremento permanente della spesa pari all’1,5 per cento del Pil, in linea con gli obiettivi Nato. Si ipotizza inoltre che solo un terzo delle risorse aggiuntive sia assorbito dal personale. In questo caso, gli investimenti in R&S delle imprese salirebbero di quasi quattro volte rispetto allo scenario di base e così anche il prodotto potenziale. Effetti più rilevanti emergerebbero se l’approvvigionamento fosse orientato verso imprese ad alta intensità di R&S o accompagnato da un aumento della spesa pubblica diretta in R&S che, anche se realizzata per applicazioni militari, può avere esternalità positive sul settore privato e sulla crescita potenziale.

Nel 2028 saranno 12,2 miliardi in più di spesa rispetto al 2025

La tendenza è chiara: il deterioramento del contesto geopolitico ha indotto i paesi europei aderenti alla Nato a programmare un aumento della spesa per la difesa, con l’obiettivo di portarla al 3,5 per cento del Pil entro il 2035. Per l’Italia, a ottobre il Governo ha valutato che sia realistico incrementare la spesa per questa finalità di un importo che potrebbe raggiungere complessivamente 0,5 punti percentuali del prodotto nel 2028 (circa 12,2 miliardi di euro in più rispetto al 2025).

Cresce l’attività del settore ma meno rispetto a Francia e Germania

Nel 2023, ultimo anno - spiega Bankitalia - per il quale sono disponibili i dati, il comparto della difesa in Italia rappresentava l’1 per cento del valore aggiunto del settore privato non finanziario e non immobiliare e il 3 per cento di quello manifatturiero, in linea con quanto osservato in Germania e in Spagna; in Francia l’incidenza sulla manifattura è circa tre volte superiore. Dal 2013 in Italia l’attività del settore è cresciuta del 32 per cento in termini reali, un ritmo inferiore rispetto a Francia e Germania (67 e 47 per cento, rispettivamente).

Oltre 3.300 aziende e circa 97.000 addetti

Nel 2023 il comparto contava oltre 3.300 aziende e circa 97.000 addetti; la dimensione media di impresa e la produttività del lavoro erano superiori a quelle dell’intera manifattura (28 addetti contro 10; 102.000 euro per addetto contro 91.000, rispettivamente), con una marcata propensione agli investimenti immateriali (2,2 per cento dei ricavi, a fronte dell’1 nel complesso della manifattura). L’attività brevettuale risultava comparabile con quella media della manifattura e l’intensità della spesa in ricerca e sviluppo (R&S) delle principali imprese italiane era in linea con quella dei maggiori concorrenti europei e statunitensi.

I fornitori

I fornitori del comparto della difesa, a parità di altre caratteristiche, presentano livelli più elevati in termini di produttività del lavoro, ricavi, occupazione e investimenti rispetto alle altre aziende del settore privato. Le vendite alle imprese della difesa costituiscono in media solo il 5 per cento del fatturato; per i fornitori più esposti tale quota supera il 30 per cento.

Il credito bancario ha ridotto il suo peso sul finanziamento

Negli ultimi anni le aziende del comparto hanno finanziato l’accumulazione con un maggiore ricorso al capitale proprio, diminuendo la leva finanziaria. Il credito bancario, pur aumentando in termini assoluti, ha ridotto il suo peso sul finanziamento dell’attivo; dal 2021 è calato il ricorso all’emissione di obbligazioni. Il profilo di rischio finanziario è in linea con quello medio della manifattura.

Sulla base dell’indagine Invind, nel 2025 la dinamica delle vendite delle imprese della difesa e della filiera è stata positiva (5 per cento), a fronte di un lieve calo per le altre aziende manifatturiere. La capacità produttiva, prossima ai massimi storici di utilizzo, beneficerebbe del forte incremento degli investimenti realizzati lo scorso anno (11 per cento, contro il 5 per il resto del manifatturiero) e di quello atteso per il 2026.

L’impatto di un aumento della spesa sulla crescita

Le stime degli effetti macroeconomici di un aumento della spesa per la difesa sono soggette ad ampia variabilità. Secondo recenti analisi dell’FMI, il moltiplicatore di bilancio relativo a tale spesa si collocherebbe in media intorno all’unità. Nel lungo periodo, l’impatto di un incremento della spesa per la difesa sulle prospettive di crescita economica dipenderà dagli effetti sulla produttività totale dei fattori, attraverso lo stimolo all’attività privata di R&S. Secondo stime di Bankitalia, mantenendo l’attuale composizione della spesa, tale impatto sarebbe contenuto, in linea con quanto prefigurato ultimamente dall’FMI.

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