Dopo Mokha: lo Yemen non è più una guerra ai margini
Per anni la comunità internazionale ha trattato la guerra come una crisi che potesse essere contenuta: fasi di combattimento seguite da tregue, negoziati avviati e poi interrotti, aiuti umanitari destinati a evitare il collasso definitivo del Paese. Gli Houthi hanno usato la tregua per crescere militarmente
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I punti chiave
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Per anni la comunità internazionale ha trattato la guerra in Yemen come una crisi che, in qualche modo, potesse essere contenuta: fasi di combattimento seguite da tregue, negoziati avviati e poi interrotti, aiuti umanitari destinati a evitare il collasso definitivo del Paese. Gli ultimi sviluppi a Mokha impongono però una domanda diversa e molto più scomoda: la crisi yemenita è stata davvero contenuta, oppure ne è stata semplicemente rinviata l’esplosione? Ciò che è accaduto sulla costa occidentale non è rilevante soltanto perché una città strategica è passata sotto il controllo di un’altra forza. Mokha appartiene a una geografia che non consente di considerarla una città yemenita come le altre. Da quella costa si guarda direttamente verso Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più delicati al mondo, verso il Corno d’Africa e verso una rotta che collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo. Ed è proprio qui che la natura della guerra cambia.
Chiedilo al Sole
Il problema non è soltanto Mokha
Limitarsi a chiedersi come sia caduta Mokha rischia di far perdere di vista la questione principale. La domanda più importante è un’altra: come è possibile che, dopo oltre un decennio di guerra, un attore armato sia ancora in grado di modificare in tempi relativamente brevi un equilibrio strategico sul quale attori yemeniti e regionali avevano costruito per anni le proprie valutazioni? La risposta non riguarda soltanto la forza degli Houthi. Gli ultimi avvenimenti hanno evidenziato ancora una volta una debolezza strutturale del fronte che si oppone al movimento: molteplicità dei centri decisionali, interessi divergenti, difficoltà di coordinamento e anni di competizione tra forze che, almeno formalmente, dovrebbero appartenere allo stesso schieramento.
Le guerre, tuttavia, non vengono decise soltanto dal numero degli uomini o dalla quantità di armi disponibili. Servono una leadership, una strategia e soprattutto una visione politica condivisa. Ed è proprio qui che emerge uno dei problemi fondamentali dello Yemen contemporaneo. Esistono numerosi attori che sanno perfettamente contro chi stanno combattendo, ma che non necessariamente concordano sullo Yemen che intendono costruire dopo la guerra. Gli Houthi hanno utilizzato gli anni della tregua. Gli anni di relativa riduzione delle ostilità non sono stati anni di immobilità. Gli Houthi hanno avuto tempo per riorganizzarsi, reclutare nuove forze, rafforzare le proprie capacità missilistiche e sviluppare ulteriormente droni e strumenti militari prodotti o assemblati localmente. Mentre una parte della comunità internazionale interpretava la diminuzione dei combattimenti come il possibile inizio di una lenta transizione dalla guerra alla politica, gli Houthi utilizzavano quello stesso periodo anche per migliorare la propria posizione militare. È un elemento che merita particolare attenzione. Una tregua che non riesce a trasformarsi in un accordo politico e nel rafforzamento delle istituzioni può diventare, con il passare del tempo, semplicemente una pausa tra due fasi della stessa guerra.
Bab el-Mandeb cambia la dimensione del conflitto
Ciò che rende la situazione attuale differente da molte precedenti fasi della guerra yemenita è soprattutto la geografia. Bab el-Mandeb non è una questione esclusivamente yemenita, saudita o araba. È una delle arterie della navigazione internazionale e attraverso quelle acque transitano gli interessi economici di decine di Paesi. Gli Houthi, inoltre, non hanno necessariamente bisogno di «chiudere» lo stretto per trasformarlo in uno strumento di pressione. Nel trasporto marittimo internazionale è sufficiente aumentare il livello di rischio. Se crescono i premi assicurativi, se le compagnie di navigazione devono modificare le proprie rotte o se le navi necessitano di maggiori misure di protezione, l’effetto economico comincia molto prima di un’eventuale interruzione completa della navigazione. Questa è la differenza tra controllare un territorio nell’interno dello Yemen e acquisire influenza nelle immediate vicinanze di una delle principali vie marittime internazionali. In questo caso, la geografia stessa diventa potere.
Da Hormuz a Bab el-Mandeb
La situazione diventa ancora più delicata se osservata nel contesto regionale. Le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz hanno già dimostrato quanto vulnerabili possano essere le rotte energetiche e commerciali. Parallelamente, una maggiore capacità degli Houthi di esercitare pressione attorno a Bab el-Mandeb introduce un ulteriore elemento di instabilità. Europa, Cina, Stati Uniti e Paesi del Golfo non possono quindi considerare ciò che accade in Yemen come una crisi lontana. L’economia globale dipende da un numero relativamente limitato di passaggi marittimi strategici.

