Corte d’Appello

Ex Ilva, confermato lo stop dell’area a caldo: il diritto alla salute prevale sull’attività d’impresa

Rigettate dai magistrati le istanze presentate dalle società Ilva e Acciaierie d’Italia

di Domenico Palmiotti

aggiornato alle 13.50 dell’11 settembre

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Foto d’archivio - Ciminiere dell’acciaieria ex Ilva di Taranto (Foto AP/Paola Barisani) AP

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La decisione della Corte d’Appello di Milano sull’ex Ilva di Taranto è arrivata prima del previsto. Era attesa per l’inizio della prossima settimana e invece è stata notificata alle 11.27 dell’11 settembre ed è negativa per l’azienda: l’area a caldo dovrà fermarsi entro fine ottobre poiché i magistrati l’hanno ritenuta inquinante e nociva per la salute. Rigettate quindi le istanze di sospensiva presentate dalle società in amministrazione straordinaria Ilva e Acciaierie d’Italia, la prima proprietaria, la seconda gestore degli impianti, e discusse nell’udienza del 9 settembre. Sia pur con una diversa composizione del collegio, la Corte d’Appello, presidente Lorenzo Orsenigo, in un’ordinanza di 12 pagine, conferma quanto stabilito dalla stessa Corte lo scorso 27 luglio, quando disponendo appunto la fermata dell’area a caldo, aveva dato ad Ilva ed Acciaierie 90 giorni di tempo per provvedervi. Novanta giorni che scadono appunto a fine ottobre.

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I giudici: prevalente tutelare la salute

Tesi guida dei magistrati è la priorità della tutela della salute rispetto agli aspetti economici, occupazionali e produttivi dell’ex Ilva. «Il bilanciamento tra i contrapposti interessi non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute per le quali è stata disposta la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo» scrivono i giudici, che richiamano anche le «ripetute, recenti pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, specie a seguito della recente modifica dell’art. 41 comma 2 Costituzione, secondo cui l’iniziativa economica privata non può svolgersi ‘in modo da recare danno alla salute o all’ambiente’ nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati».

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Il richiamo all sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2024

E anche a fronte «del grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti, si pone - affermano i magistrati - l’esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita ed alla salute - ossia a valori di prioritario rilievo costituzionale - nei termini ritenuti vincolanti dalla sentenza della CGUE». Il 24 giugno 2024, infatti, la Corte di Giustizia Europea, pronunciandosi sul caso ex Ilva a fronte di atti rimessi dal Tribunale di Milano, al quale si erano rivolti i cittadini di Taranto che hanno promosso l’azione inibitoria contro il siderurgico (Milano é la sede legale dell’azienda), disse che se un impianto industriale nuoce alla salute e all’ambiente, questo va fermato nel rispetto della direttiva europea.

Contestata l’irreparabilità del danno post fermata

Circa i danni agli impianti derivanti dalla fermata, la Corte scrive che «l’assunto dell’irreparabilità degli impianti, in conseguenza della sospensione dell’attività produttiva nell’area a caldo, è stato contestato dai resistenti cittadini che, con la loro memoria, hanno dedotto sia che ‘gli altiforni in funzione hanno ben 60 anni e vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio’, sia che, dall’ultimo rapporto dell’autorità di controllo Ispra, risulta che, nel corso degli ultimi anni, gli altiforni 1, 2 e 4 siano stati più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati. A tali considerazioni - dice la Corte - si aggiunge il rilievo, svolto dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano nel proprio parere, secondo cui l’affermazione delle parti ricorrenti pur suggestiva, non è accompagnata da alcun elemento concreto. La Procura Generale - osserva la Corte - aggiunge anche che le parti ricorrenti (a fronte della ineludibile necessità di esecuzione di interventi sugli impianti), non hanno fornito alcuna quantificazione, neppure approssimativa, dei costi comparativi di un eventuale adeguamento degli impianti alle prescrizioni imposte dalla Corte di Giustizia Europea rispetto al rifacimento integrale». Per i giudici, le società «si limitano ad affermare che lo spegnimento comporterebbe un danno irreversibile, ma non dimostrano che l’adeguamento richiesto dalla normativa europea sia un’alternativa praticabile, né che esso sia economicamente sostenibile».

I magistrati: quanto accade non è evento improvviso

E comunque, argomenta la Corte, «a prescindere da ogni considerazione sulla legittimazione delle ricorrenti a far valere il pregiudizio occupazionale dell’indotto, va anche considerato che da diversi anni si dibatte, intorno allo stabilimento Ilva di Taranto, su come meglio coniugare il diritto alla salute dei cittadini e delle stesse maestranze con la tutela del lavoro del personale coinvolto nell’attività dell’acciaieria; che la domanda di inibitoria è stata introdotta dai cittadini nel lontano 2021; che alla luce della normativa europea e della sentenza della CGUE, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo ordinata con il decreto, non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti».

I giudici richiamano poi la presenza in fabbrica di oltre 2mila chili di amianto seppur inglobati nei cowper degli altiforni (servono a riscaldare l’aria necessaria al processo di fusione dei minerali) e dicono che «le dichiarazioni del gestore sull’assenza di rischio, non risultano supportate da documentazione delle rilevazioni compiute, peraltro neppure specificamente indicate nella difesa di Ilva». E quindi «non va sottaciuto che gli impianti Ilva e il sistema produttivo - come descritto, tra l’altro, nella stessa consulenza di parte di Ilva - sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento».

«Serviranno investimenti ingenti anche in futuro»

Infine, c’è un passaggio sulle risorse economiche. «Non pare - sostiene la Corte - che lo spegnimento degli impianti possa determinare la ‘dispersione’ delle ‘ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni’ sullo stabilimento Ilva di Taranto, posto che trattasi di risorse che sono già state ripetutamente investite per garantire, di volta in volta, il mantenimento in funzione degli impianti». Per i giudici, essendo «pacifico che l’impianto siderurgico di Taranto richiede investimenti ingentissimi, è anche evidente, come segnalato dalla Procura Generale nel proprio parere, che anche in futuro ‘occorreranno investimenti ingenti per il polo siderurgico in questione che sono connessi all’impianto in sé, e che tutti gli eventuali acquirenti anche internazionali ne sono già pienamente consapevoli’».

Che può succedere ora a Taranto

Intanto, già dopo la pronuncia di luglio della Corte, Acciaierie ha pianificato i passaggi da fare per arrivare entro fine ottobre alla fermata e programmato l’impatto conseguente sul personale dipendente. E anche il ministero del Lavoro si starebbe attrezzando per far fronte al problema cercando anzitutto le risorse necessarie. Oggi Acciaierie d’Italia ha un’autorizzazione alla cassa straordinaria per 4.500 dipendenti (quasi la metà dell’organico), di cui 3.803 a Taranto (anche qui quasi la metà). Sono numeri che indicano un tetto massimo. In realtà, l’uso effettivo della cassa é su livelli inferiori. A Taranto, per esempio, si sarebbe su 3.000-3.100 unità. Ora fermando l’area a caldo, questi numeri subiranno una brusca impennata. Ipotesi dicono che a Taranto resterebbero in fabbrica da 500 a 1.000 lavoratori di presidio agli impianti, anche per la sicurezza, ma di questi numeri non si è mai parlato negli incontri dei giorni scorsi a Palazzo Chigi.

Sindacati: il Governo ci convochi subito

«Riteniamo fondamentale che il Governo risponda alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi», affermano Fim, Fiom e Uilm. «Le lavoratrici e i lavoratori pretendono risposte sul futuro dell’ex Ilva ed il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro Paese - dicono i sindacati -. Non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari. Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali. Subito il blocco dei licenziamenti», concludono le sigle metalmeccaniche.

Indotto siderurgico fa ripartire 2.500 licenziamenti

Infine Aigi, associazione di imprese dell’indotto ex Ilva, oggi stesso “ha formalmente comunicato ai sindacati la ripresa dei licenziamenti collettivi. Come noto - dice Aigi - l’iter era stato sospeso lo scorso 8 settembre durante l’audizione presso Palazzo Chigi per senso di responsabilità da parte delle imprese ed in attesa del giudizio sulla richiesta di sospensiva al decreto di chiusura promosso dai commissari straordinari dell’ex Ilva”. Il 4 settembre Aigi aveva annunciato 2.500 licenziamenti collettivi per conto di 28 imprese associate. E a seguito delle decisioni della Corte, l’immediata riconvocazione del tavolo a Palazzo Chigi é stata chiesta dalle istituzioni del territorio (il governatore pugliese Antonio Decaro, il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano), dai sindacati nazionali Fim, Fiom, Uilm e Usb, nonché dalle associazioni delle imprese tra cui Confindustria Taranto che chiede un decreto per governare questa fase complessa in vista della transizione.

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