Nautica

Ferretti, se ne va Piero Ferrari sbattendo la porta

«Non posso più associare il mio nome a quest’azienda. Acquisizioni al di fuori di tutte le soglie normative vigenti»

di Raoul de Forcade

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Piero Ferrari, vicepresidente di Ferretti, il gruppo specializzato nella realizzazione di yacht di lusso che controlla anche il marchio Riva, se ne va sbattendo la porta.

A dispetto del fatto che, fra meno di 12 ore, il suo mandato sarebbe comunque scaduto, visto che oggi 14 maggio si svolgerà l’assemblea dei soci per il rinnovo del consiglio d’amministrazione.

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Con una lettera redatta in inglese, in modo che sia ben comprensibile agli azionisti internazionali, compreso il socio di maggioranza relativa, la cinese Weichai (39,5%), l’imprenditore e manager, figlio di Enzo Ferrari, gira le spalle - pur dicendo di «amarla profondamente» - all’impresa di cui ha guidato per anni, dal 2013, il Team strategico di prodotto. E aggiunge: «non posso più associare il mio nome e la storia che il mio nome rappresenta, per l’industria italiana, a questa azienda».

«Presento le mie dimissioni - si legge nella missiva indirizzata al board e al collegio dei revisori - da vicepresidente e membro del consiglio di amministrazione, con effetto immediato». Ma, prosegue, «non posso fare a meno di esprimere al consiglio e ai revisori legali la mia frustrazione e delusione per quanto accaduto nelle scorse settimane».

Il riferimento è alla battaglia tra azionisti che ha visto protagonisti, da un lato, Weichai, e dall’altro Kkcg, la società ceca guidata da Karel Komàrek, che ha avanzato un’opa parziale sulle azioni Ferretti (alla quale ha aderito lo stesso Ferrari), con l’obiettivo di confermare il board uscente del gruppo, amministrato da Alberto Galassi.

Un’offerta che ha portato Weichai a reagire, rastrellando azioni sul mercato, anche attraverso società collegate, per contrastare l’ascesa di Kkcg, la quale è arrivata a controllare il 28,2% (comprendendo anche il 5% del kuwaitiano Bader Al-Kharafi).

In particolare, scrive Ferrari, «desidero sottolineare che, in occasione di una decisione cruciale degli azionisti qual è il rinnovo del cda, che dovrebbe avvenire in modo appropriato per una società quotata - tramite una sollecitazione di deleghe, come dovrebbe accadere per le aziende che desiderano preservare la propria integrità, basata su competenze professionali, piani e strategie future - diverse entità vicine a una fazione (il riferimento è a Weichai, ndr) sembrano aver adottato una strategia volta a impedire tale sostanziale discussione e votazione».

Questo, chiarisce, «è ancor più frustrante, in quanto le acquisizioni (di quote azionarie, ndr) sono avvenute in modo tale da apparire al di fuori di tutte le soglie normative vigenti. Inoltre, sono stato anche testimone di una sorta di arroganza, durante l’intero processo di offerta pubblica di acquisto, che ha impedito un giudizio imparziale» sull’opa.

Quanto sopra descritto, conclude Ferrari, «ha acceso i riflettori su questa azienda, attirando l’interesse della stampa e delle autorità di regolamentazione, inclusa la presidenza del Consiglio dei ministri», circostanza «che potrebbe mettere in discussione la legittimità e la conformità alle leggi vigenti di alcune recenti acquisizioni, da parte di entità straniere».

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