I film del fine settimana

“Amarga Navidad”, il gioco di Almodóvar tra realtà e finzione

Dopo la presentazione al Festival di Cannes, arriva nelle nostre sale il nuovo lungometraggio del regista spagnolo

di Andrea Chimento

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Dalla Croisette alle sale italiane: presentato pochi giorni fa in concorso al Festival di Cannes, “Amarga Navidad” di Pedro Almodóvar arriva nei nostri cinema ed è certamente il titolo più atteso tra le novità del weekend.

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La narrazione è incentrata sull’alternarsi di due storie: la prima è ambientata nel 2004 e ha per protagonista Elsa, una regista di spot pubblicitari che soffre di terribili emicranie; la seconda si svolge nel 2026 con protagonista Raúl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo un copione che presto scopriremo essere propria la storia di Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle persone che le gravitano attorno.

In una sorta di gioco di scatole cinesi, Elsa diventa in quale modo l’alter ego di Raúl, a sua volta un palese alter ego dello stesso Pedro Almodóvar, autore che opta in questa pellicola per una strada profondamente autobiografica, come già fatto in diversi suoi titoli del passato che aleggiano in “Amarga Navidad”, come “Gli abbracci spezzati” e ancor di più “Dolor y gloria”.

Guardando dentro se stesso, Raúl non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle persone che compongono il suo universo più intimo e il film racconta proprio dello stretto legame tra realtà e finzione, ispirazione e vita, aprendo inoltre diverse riflessioni piuttosto pungenti nei confronti dei limiti dell’autofinzione.

 

Un film pieno di malinconia

 È un prodotto doloroso e carico di malinconia “Amarga Navidad”, anche nei confronti di quante cose siano cambiate nei circa vent’anni che dividono le ambientazioni delle due storie, intersecate l’una dentro l’altra.

La struttura della pellicola è lievemente macchinosa e rischia di sapere di già visto, ma Almodóvar sa emozionare e all’interno della narrazione si ritrovano anche spunti che sembrano provenire da “La stanza accanto”, il suo film precedente che aveva conquistato il Leone d’oro alla Mostra di Venezia del 2024.

Seppur non sia tra le sue opere migliori, lo stile dell’autore spagnolo è comunque sempre molto raffinato, elegante e capace di giocare meravigliosamente col rapporto tra le immagini e la musica.

A contribuire al buon risultato complessivo, c’è un cast in piena forma, che comprende Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia e Victoria Luengo.

 

Don’t Let the Sun

 

Tra le novità in sala c’è anche il curioso “Don’t Let the Sun” di Jacqueline Zünd, film che si svolge in un futuro soffocato da un caldo incessante. La vita sociale si è spostata interamente nelle ore notturne. Le persone vivono isolate, incapaci di sostenere relazioni autentiche, rifugiandosi in forme sempre più profonde di solitudine.

In questo mondo inquietantemente simile al nostro, Jonah, ventottenne, lavora per un’agenzia che vende legami simulati e sostituti affettivi a chi non riesce più ad affrontare il peso emotivo dei rapporti umani.

Non è un soggetto così originale quello di “Don’t Let the Sun” (possono venire in mente titoli come “Alps” di Yorgos Lanthimos, “Family Romance, LLC” di Werner Herzog o il recente “Rental Family” con Brendan Fraser) seppur la narrazione riesca a coinvolgere per l’intera durata, nonostante qualche didascalismo di troppo che rende meno affascinante il racconto.

La regista svizzera cade in qualche sequenza troppo scolastica nella messinscena, ma il risultato del suo lavoro è comunque un lungometraggio delicato, che parla con efficacia della fragilità delle relazioni e della difficoltà di restare umanamente vivi nonostante il contesto che circonda i personaggi.

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