Plant based

Funghi coltivati come fonte di proteine, perché l’Italia rischia di rimanere indietro

Nonostante la buona salute di produzione e mercato dei funghi freschi, mancano gli investimenti necessari per sviluppare la fermentazione industriale delle micoproteine

di Elisa Orlandotti

Aggiornato il 23 settembre alle ore 9.45

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Il mercato globale guarda con crescente interesse alle micoproteine, utilizzate come ingrediente in alternative alla carne e ai prodotti lattiero-caseari, oltre che in snack e in altri cibi formulati. Ottenute dalla biomassa di particolari funghi filamentosi, generalmente coltivati in fermentatori, attraggono industrie e investitori grazie al loro profilo nutrizionale e a un impatto ambientale potenzialmente inferiore rispetto a quello di alcune proteine di origine animale.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il mercato mondiale delle micoproteine nel 2025, secondo il rapporto Mycoprotein market (2026 - 2033) del Future Market Report, ha raggiunto circa 1,09 miliardi di dollari e, con un tasso annuo composto di crescita stimato dell’11,27%, potrebbe raggiungere i 2,55 miliardi nel 2033. Si tratta di un settore in forte espansione, nel quale, tuttavia, l’Italia rischia di rimanere indietro.

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Romeo Fuser, membro del consiglio direttivo dell’Associazione italiana fungicoltori e vicepresidente del Gepc (Gruppo europeo dei produttori di funghi), spiega: «L’Europa considera oggi la diversificazione delle fonti proteiche una priorità strategica per motivi ambientali, economici e di sicurezza alimentare; in questo contesto i funghi e le micoproteine rappresentano una delle tecnologie più promettenti. L’Italia possiede un settore fungicolo molto orientato alla produzione di fresco e poco alla fermentazione industriale necessaria per creare micoproteine. I freni principali sono gli investimenti iniziali molto elevati, la necessità di impianti biotecnologici dedicati e gli eventuali iter autorizzativi legati ai novel food. Non esistono ancora operatori italiani comparabili ai grandi produttori internazionali, ma l’interesse da parte della ricerca e di alcune startup è in crescita».

Secondo l’Associazione italiana fungicoltori, il mercato italiano dei funghi è rimasto complessivamente stabile negli ultimi cinque anni: il volume della produzione è compreso tra 60mila e 70mila tonnellate. Lo champignon rappresenta circa l’80% del volume, mentre il restante 20% riguarda altre varietà, tra cui pleurotus, pioppino, cardoncello, shiitake e cornucopiae. Sulla base delle quantità indicate dall’associazione e di un costo medio compreso tra 2,80 e 3,50 euro al chilo, il valore complessivo del settore può essere collocato indicativamente attorno ai 200 milioni di euro l’anno.

L’interesse per alcune specie a maggiore valore aggiunto, come shiitake, fungo ostrica e cardoncello è però aumentato: proprio queste qualità sono apprezzate dai consumatori per preparare ricette prive di derivati animali. «Il Pleurotus ostreatus (fungo ostrica) – afferma Fuser – ha fibre lunghe e consistenza filamentosa, ideali per “pulled mushroom”, burger e preparazioni sfilacciate. Il Pleurotus eryngii (cardoncello o king oyster) ha una struttura molto compatta ed è utilizzato anche come sostituto di capesante e carne bianca. Il Lentinula edodes (shiitake) è ricco di umami ed è in grado di migliorare il sapore e la succosità delle formulazioni plant based. Pleurotus ostreatus e Pleurotus eryngii mostrano una crescita costante, trainata dalla ristorazione, dal retail specializzato e dall’interesse per la dieta reducetariana. Le quantità rimangono però molto inferiori rispetto a quelle dello champignon, che rappresenta ancora la quota di gran lunga prevalente della produzione italiana».

Proprio dal comparto dei funghi freschi provengono alcune proposte italiane destinate direttamente ai consumatori come ad esempio quelle di IoBoscoVivo, azienda agricola nata nel 2013 per coltivare shiitake, inizialmente trasformati soltanto in preparati granulari, che oggi commercializza diversi alimenti, dai mix per polpette ai grissini, e Modena Funghi, azienda attiva nel settore da decenni che, negli ultimi tempi, ha sviluppato una linea di burger, alcuni dei quali realizzati con i propri funghi.

Nonostante la crescita della domanda, la filiera italiana rimane sostanzialmente concentrata sui funghi freschi e non dispone ancora, su scala significativa, delle tecnologie necessarie alla creazione di micoproteine destinate agli analoghi della carne. Paesi quali i Paesi Bassi, il Belgio, la Germania e la Francia stanno invece investendo maggiormente nello sviluppo di ingredienti derivati dal micelio.

«Servirebbero – conclude Fuser – investimenti in biotecnologie, impianti di fermentazione, competenze microbiologiche, partnership tra industria fungicola e aziende biotech, incentivi pubblici e politiche di transizione. La filiera italiana possiede competenze importanti nella coltivazione, ma dovrebbe evolvere verso modelli industriali differenti».

La crescita del mercato, quindi, non garantisce automaticamente un ruolo al nostro Paese: per entrare nella filiera delle micoproteine è necessario trasformare le competenze maturate nella funghicoltura tradizionale in capacità biotecnologiche e industriali. Senza impianti, ricerca applicata e un quadro autorizzativo più accessibile, il valore aggiunto continuerà a essere prodotto soprattutto all’estero. Una spinta potrebbe derivare dal Piano d’azione per la resilienza, l’autonomia strategica e la sostenibilità del sistema dell’Ue per le proteine, presentato lo scorso luglio, che pone l’accento sul potenziamento delle proteine vegetali e sulle alternative destinate al consumo umano diretto. Resta da capire se l’Italia saprà cogliere questa opportunità.

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