Attualità

Giulia e le altre: storie di bimbe sottratte alle madri per sentenza

La Spagna vieta l’alienazione parentale, ma nei tribunali italiani persiste la prassi di punire le mamme se i figli rifiutano i padri. Il documento della Garante Terragni: allontanamenti extrema ratio

di Flavia Landolfi e Manuela Perrone

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Sono tante piccole storie, come piccoli sono i loro protagonisti. Vicende che raramente trovano spazio nella cronaca, occupano il tempo di qualche post sui social e poi spariscono, liquidate come beghe private tra genitori separati. Eppure sono una cartina al tornasole delle condizioni di salute dello stato di diritto che governa la macchina giudiziaria. Un esempio tra tutti: la famiglia nel bosco, che ha diviso l’Italia ma ha anche squarciato il velo su un meccanismo che ricorre in molte altre storie, a valle di separazioni e divorzi. Storie differenti nel merito, ma non nel metodo: bambini allontanati da madri ritenute inadeguate, simbiotiche, fusionali e padri valutati con un metro diverso, più benevolo.

È questo l’elefante nella stanza, prosperato nel nome della bigenitorialità e grazie al costrutto ascientifico dell’alienazione parentale e dei suoi derivati, come il “rifiuto genitoriale”, intorno al quale fioriscono convegni e corsi di formazione. Clave usate spesso per vendetta, con un copione identico: il rifiuto del minore verso un genitore, quasi sempre il padre (ma è accaduto anche il contrario: si pensi alla tragedia del bimbo sgozzato a Muggia dalla mamma che non voleva incontrare), viene letto come un’anomalia da correggere. La madre che vive con il bambino finisce quasi sempre sul banco degli imputati, accusata di costituire l’elemento disturbante. Da lì si apre la diga: consulenze tecniche firmate da psicologi e psichiatri, relazioni dei servizi sociali, provvedimenti che puntano a “recuperare” il rapporto a tutti i costi, anche al prezzo della separazione dalla mamma e dal suo ambiente di vita. In una specie di spirale distopica, i bambini vengono portati in casa famiglia per essere “depurati” dalle influenze materne e favorire il ricongiungimento con l’altro genitore, quasi sempre ispiratore e promotore dell’intero procedimento.

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Una deriva su cui ha acceso i riflettori l’Onu e che ora la Spagna tenta di arginare: il Consiglio dei ministri presieduto da Pedro Sánchez ha proposto di vietare l’uso dell’alienazione parentale e di «qualsiasi sua variante» nei tribunali. In Italia qualcosa si è mosso, grazie alle denunce di attiviste e femministe, della Commissione femminicidio della XVIII Legislatura che sotto la presidenza di Valeria Valente ha condotto un’inchiesta sul tema e, in tempi più recenti, della battagliera Garante per l’Infanzia Marina Terragni. Ma nelle aule di giustizia il fenomeno persiste.

Qualche esempio? Giulia, a Napoli. Tre anni di vita insieme alla mamma, un contenzioso con il padre rumeno che attraversa le frontiere fino ad arrivare in Cassazione. Non si fa in tempo. Il Tribunale applica la Convenzione dell’Aia e trasferisce la bambina in Romania. Nel mezzo, un ricovero sospende tutto solo per qualche giorno. La madre parla di trauma, prova a fermare il circolo vizioso. Ma non c’è nulla da fare: Giulia viene trasferita tra pianti e grida. Quando rivedrà la mamma non si sa: di solito i bimbi strappati lo sono per sempre.

Dopo Napoli c’è Padova. Anche qui una bambina, Alba, anche qui il rifiuto del padre, relazioni, consulenze, valutazioni. Fino alla decisione di intervenire comunque, di “ricostruire” il rapporto. Il passaggio è il medesimo: il disagio del minore viene letto come qualcosa da correggere, la relazione con la madre come un ostacolo. Lo strappo diventa automatico: gli assistenti sociali stanno per bussare alla sua porta e una sentenza del Tribunale ha decretato che si potrà ricorrere alla forza pubblica. Un iter peraltro più volte condannato dalla giurisprudenza, che ha redarguito il ricorso a polizia e carabinieri per prelevare i bambini. Un indirizzo di buon senso ma, dal tristemente noto bambino di Cittadella (Padova) dell’ottobre 2012 in poi, i piccoli continuano a essere presi mani e piedi e portati via.

Proprio su questo terreno è intervenuta Terragni, arrivata alla guida dell’Autorità per l’Infanzia a gennaio 2025. Con il documento “Prelevamento dei minori, facciamo il punto”, messo a punto con la collaborazione di due avvocate esperte in diritto di famiglia, Alessandra Capuano Branca e Marina Marconato, la Garante ha sfornato un manuale operativo per mettere un freno agli allontanamenti forzosi dei minori senza giusta causa. Allontanamenti che, si ricorda, devono essere una misura eccezionale: l’articolo 403 del Codice civile li consente soltanto quando sia necessario proteggere i bambini in stato di abbandono morale o materiale, da un pregiudizio grave o da rischi imminenti per la salute. Il richiamo del documento è preciso anche su altri capitoli: ascolto del minore come diritto, obbligo di motivare eventuali omissioni, ricorso alle comunità solo come extrema ratio. E soprattutto: no alle “terapie di riunificazione”, che mancano di evidenza scientifica; stop al ricorso a costrutti non scientifici come l’alienazione parentale; sì a indagare a fondo le cause reali del rifiuto del bambino, prestando molta attenzione a non derubricare la violenza domestica a conflittualità genitoriale.

Un passaggio chiave, dopo anni di sentenze e dopo drammi come quello di Federico Barakat, morto nel 2009 a 8 anni sotto i fendenti del padre durante un incontro protetto. Anche lì sullo sfondo agiva la Pas, l’alienazione usata come arma di ricatto contro le madri: se non fai vedere il piccolo all’ex, anche se ne ha paura, il rischio è l’allontanamento forzato da te. E pazienza se quell’ex è un violento.

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