Gli Houthi premono su Gibuti: effetto cascata sull’Etiopia
La minaccia dallo Yemen e l’esodo di migliaia di persone minano l’equilibro del piccolo Stato, la cui stabilità si basa sul porto, i siti militari esteri e il rapporto con Addis Abeba. Abiy Ahmed potrebbe cercare altri sbocchi marittimi
dal nostro corrispondente Alberto Magnani
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NAIROBI - Da privilegio geografico a minaccia politica, economica e militare. Con insidie su una regione già inquietata da fibrillazioni interne ed esterne, il Corno d’Africa. Gibuti, poco più di un milione di abitanti su una superficie simile a quella della Slovenia, si ritrova a fronteggiare un allarme scandito da quella che è, o era, la sua principale risorsa: l’affaccio su Bab el-Mandeb, lo stretto che separa Corno d’Africa e Penisola arabica e filtra i flussi energetici e commerciali fra Mar Rosso, Golfo di Aden e Oceano Indiano.
Gibuti deve al suo porto stime di 76% del Pil, veicola quasi il 97% del commercio indirizzato all’Etiopia di Abiy Ahmed e ospita cinque basi militari permanenti di Stati Uniti, Francia, Cina, Giappone e Italia, in aggiunta a truppe di altri Paesi e alla base della missione Ue Aspides. Le incursioni di marzo e aprile degli Houthi, i ribelli filoiraniani dello Yemen, avevano già scatenato i timori sulla tenuta del suo modello. Lo scenario si sta replicando ora, con proporzioni aggravate. Gli Houthi hanno conquistato Perim, un’isola al cuore della strozzatura che permette di minacciare o bloccare del tutto i transiti.
Gli impatti dell’avanzata Houthi
Oggi la situazione è fluida, a quanto apprende Il Sole 24 Ore-Next Med, ma gli scenari che si annunciano sono tutt’altro che rosei. Il primo impatto è di natura umanitaria, con l’esodo di migliaia di yemeniti in fuga via mare alla volta di Gibuti. Il secondo urto incide sugli equilibri che hanno sempre sostenuto l’eccezionalità di uno Stato tanto minimale nelle dimensioni quanto incisivo nella sua influenza. L’avanzata degli Houthi «altera direttamente l’equazione di sicurezza», spiega Adam Daud Ahmed, analista esperto di Corno d’Africa. Non si tratta più di un Paese «confinante» con una zona di conflitto, dice Daud Ahmed, ma di un attore che rischia di essere travolto nella veste di tassello o bersaglio diretto. Qualsiasi escalation, spiega Bravin Onditi del centro studi Horn, può «trasformare Gibuti in una base operativa, e forse in un obiettivo, nella guerra di qualcun altro».
Sul versante economico, le ricadute più ovvie si annunciano sulle attività del porto ed entrate affossate da riduzione degli scali navali e delle attività di trasbordo. A soffrirne potrebbe essere soprattutto l’Etiopia, favorendo la diversificazione verso altri sbocchi marittimi o il rilancio di obiettivi politici più conflittuali. Una crisi prolungata di Gibuti, dice Onditi di Horn, «rafforzerebbe inoltre le ragioni di Addis Abeba a favore di una diversificazione che non dipenda da quello Stato. E la linea di pensiero della politica estera etiope sta già indicando opzioni come Berbera». L’altro scenario verte su una rivendicazione insidiosa per gli equilibri della costa, quella di un accesso etiope al Mar Rosso. Abiy ne parla come di un «diritto» negato ad Addis Abeba dai tempi dell’indipendenza eritrea del 1993, rilanciando provocazioni a intermittenza su un’espansione costiera dell’Etiopia. Una fiammata dei prezzi a Gibuti gli offrirebbe nuovi argomenti.


