La crisi in Medio Oriente

I Paesi del Golfo rischiano di esaurire le scorte di missili intercettori. Allo studio i sistemi anti drone sviluppati dall’Ucraina

Negli anni di guerra contro la Russia Kiev ha messo in campo uno “scudo” multistrato con cui è riuscita a bloccare a costi contenuti gli sciami di droni, gli Shaled di fabbricazione iraniana che le sono stati scagliati contro da Mosca. Zelensky offre di scambiare intercettori di droni con missili

di Andrea Carli

(AP)

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Droni intercettori low cost per abbattere Shahed iraniani in picchiata sul territorio dei Paesi del Golfo. L’Ucraina, ha chiarito il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, è pronta a fornire i propri droni intercettori di produzione nazionale ai Paesi del Medio Oriente in cambio dei missili di difesa aerea di fabbricazione Usa di cui Kiev ha disperatamente bisogno. L’Ucraina ha bisogno dei missili PAC-3 statunitensi per contrastare gli attacchi con missili da crociera e balistici delle forze russe. Kiev ha sviluppato intercettori economici ed efficienti per combattere i droni Shahed di fabbricazione iraniana utilizzati dalla Russia. I Paesi del Medioriente stanno utilizzando gli stessi missili terra-aria Usa per difendersi dagli attacchi iraniani. «Se ci daranno (i missili di difesa aerea), noi daremo loro i nostri intercettori. Si tratta di uno scambio equo», ha assicurato Zelensky. Si stabilisce così un nesso tra la crisi in Europa orientale e quella in Medio Oriente.

A cinque giorni dall’operazione lanciata da Usa e Israele contro l’Iran, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein si trovano infatti a fronteggiare ondate di attacchi di droni pilotati dalla Repubblica Islamica. Centinaia di droni, tanti quanti se non di più dei missili balistici, anche allo scopo di esaurire le difese aree dei Paesi contro cui combatte. Attacchi che stanno mettendo sotto pressione le difese degli Stati Uniti e dei loro partner, dal Bahrein agli Emirati Arabi Uniti, intaccando in maniera considerevole le scorte di armi, a cominciare dai missili intercettori.

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La prima mossa l’hanno fatta gli Usa: dopo appena otto mesi dalla sua presentazione, Washington ha scelto la guerra con l’Iran per schierare per la prima volta in combattimento il nuovo drone kamikaze a basso costo “Lucas”. Il drone “Low-Cost Uncrewed Combat Attack System” (da qui l’acronimo Lucas) è prodotto dalla SpektreWorks con sede in Arizona ed è stato presentato nel luglio 2025, quando il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sfilato nel cortile del Pentagono con più di una dozzina di aziende in competizione per fornire all’esercito nuove attrezzature, spiega Reuters sul proprio sito web, ricordando quanto gli Uav siano diventati centrali nella guerra moderna dopo il loro efficace utilizzo in Ucraina. Non a caso, il Centcom Usa ha affermato che i droni Lucas sono modellati proprio sullo Shahed di fabbricazione iraniana utilizzato ampiamente dalla Russia nell’invasione contro Kiev. La rapida messa in campo del Lucas rappresenta un cambiamento rispetto alle tradizionali tempistiche di approvvigionamento del Pentagono, che in genere durano anni dallo sviluppo iniziale all’implementazione operativa. Il drone utilizza un’architettura aperta che consente diversi carichi utili e sistemi di comunicazione e può essere impiegato sia per attacchi aerei che come drone target. Può essere lanciato da terra o da un camion e con un costo di circa 35.000 dollari è molto più economico dell’MQ-9 Reaper, che costa tra i 20 e i 40 milioni di dollari ma è riutilizzabile e molto più sofisticato. Il governo detiene la proprietà intellettuale del progetto Lucas, il che significa che diversi produttori potrebbero costruirlo, sebbene SpektreWorks detenga attualmente i contratti. Durante il suo sviluppo al Pentagono, Lucas è stato abbinato a sistemi di comunicazione Music di Viasat e Starlink o Starshield di SpaceX, secondo due fonti a conoscenza del programma, mentre una startup chiamata Noda fornisce il software per controllare i droni.

La lezione dell’Ucraina

Rimane il problema di fondo: come abbattere i droni low cost, lanciati dall’Iran, senza intaccare missili che hanno costi particolarmente elevati? Al di là della proposta avanzata da Kiev di scambiare droni intercettori di produzione ucraina e missili di difesa aerea di fabbricazione Usa, in questi anni di guerra contro Mosca l’Ucraina ha sviluppato un modello che i Paesi della regione alleati agli Stati Uniti stanno studiando. Tutto nasce dal fatto che Kiev ha messo in campo uno “scudo” multistrato con cui è riuscita a bloccare a costi contenuti gli sciami di droni, gli Shaled di fabbricazione iraniana che le sono stati scagliati contro da Mosca.

E lo ha fatto grazie ad aerei da combattimento, elicotteri, sistemi elettronici e armi di disturbo e falsificazione di segnali, cannoni e mitragliere anti aeree e altre capacità a basso costo. Per far quadrare i conti e ottimizzare i ridotti arsenali di intercettori, i Paesi del Golfo non useranno più i missili per contrastare i droni, lo faranno contro i missili balistici iraniani. Insomma, cambierà l’approccio tattico: gli intercettori saranno usati “con maggiore giudizio” e solo contro obiettivi di maggior valore, i missili balistici.

Per contrastare i droni Shaled Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bharein guarderanno alla tattica promossa da Kiev, che consiste nell’utilizzare droni FPV (First Person View) a basso costo (circa 2.500 dollari) in grado di accelerare rapidamente e scontrarsi fisicamente con i droni nemici (kamikaze) in volo. Spesso pilotati da operatori con visori, o dotati di sistemi AI in fase di sviluppo per l’inseguimento automatico, questi droni agiscono come piccoli caccia intercettori. I tecnici ucraini saranno chiamati a fornire supporto e tecnologie anti-drone. Perché prendere in considerazione l’esempio dell’Ucraina? Perché Kiev è riconosciuta leader mondiale nella guerra dei droni grazie all’abbattimento dell’80-90% di quelli russi.

Lo stesso Zelensky ha definito l’esperienza dell’Ucraina nell’intercettazione degli Shahed «in gran parte insostituibile» e si è offerto di inviare specialisti nel Golfo. Come ha affermato lo scorso autunno il primo ministro danese Mette Frederiksen: l’unico esperto al mondo in materia di capacità anti-drone in questo momento è l’Ucraina, perché combatte questa minaccia ogni singolo giorno.

C’è poi un altro aspetto da prendere in considerazione. I principali esportatori di droni militari sono la Cina e la Turchia, ma i droni possono anche essere costruiti a livello nazionale con finanziamenti e competenze relativamente modesti (i Paesi del Golfo hanno a sisposizione budget considerevoli). Allo stesso tempo i droni civili sono potenzialmente a disposizione di tutti, in grandi quantità. E possono essere adattati, pur entro certi limiti, alle operazioni militari.

Il nodo costi: missili da 4 milioni di dollari per abbattere droni da 20mila

Lunedì 2 marzo i droni kamikaze iraniani Shahed-136, piccoli missili da crociera rudimentali a uso singolo e a lungo raggio, hanno continuato a colpire obiettivi in tutto il Medio Oriente. Gli Emirati Arabi Uniti da soli hanno reso noto che da sabato mattina a lunedì sera sono stati bersaglio di 174 missili balistici iraniani, 8 missili da crociera e 689 droni. Il Paese però non è stato colpito da nessun missile e solo da 44 droni. Proprio grazie ai sofisticati radar e agli intercettori americani. Il Bahrain ha denunciato l’arrivo di 70 missili balistici.

Negli ultimi giorni i droni hanno preso di mira basi statunitensi, infrastrutture petrolifere ed edifici civili con una raffica di missili da crociera, droni e bombe a guida di precisione. I missili di difesa aerea Patriot di fabbricazione statunitense sono riusciti in gran parte a fermare gli Shahed iraniani e altri missili balistici, con tassi di intercettazione superiori al 90%, secondo gli Emirati Arabi Uniti. Ma l’uso di missili da 4 milioni di dollari per distruggere droni da 20-40mila dollari, non facili da rilevare, è un problema: le armi a basso costo possono consumare risorse destinate a minacce molto più complesse. Il risultato è che sia l’Iran che gli Stati Uniti potrebbero esaurire le armi nel giro di pochi giorni o settimane. Chi riuscirà a resistere più a lungo otterrà un vantaggio significativo.

Intaccate in maniera rilevante le scorte di missili intercettori “made in Usa”

Cruciale per l’esito del conflitto in corso, come ha sottolineato il Wall Street Journal, è la quantità di intercettori “made in Usa” di ultima generazione che rimangono negli arsenali dei Paesi del Golfo e quella di missili e droni da attacco negli arsenali dell’Iran. In queste ore l’Italia sta valutando se mandare un sistema Samp-T negli Emirati Arabi Uniti o Kuwait. Secondo il quotidiano americano, all’attuale tasso di uso, il momento in cui i Paesi del Golfo termineranno le loro scorte «potrebbe arrivare molto presto. Non più di un’altra settimana, probabilmente un paio di giorni al massimo», ha spiegato Fabian Hoffmann, esperto di missili all’Università di Oslo. L’altra parte dell’equazione è quella del tasso di distruzione, da parte delle forze di Israele e Stati Uniti, dei proiettili e della capacità di lancio di Teheran.

La potenza di fuoco iraniana

L’Iran aveva nei suoi arsenali al momento dell’inizio dell’attacco Usa Israele, secondo le stime occidentali, più di duemila missili in grado di arrivare nei Paesi del Golfo. Gli Emirati avrebbero ordinato, secondo Hoffman, meno di mille intercettori, il Kuwait circa 500 e il Bahrain meno di cento. In difesa dei Paesi del Golfo ci sono anche gli intercettori lanciati dai militari americani. Ma anche il Pentagono sta esaurendo le scorte di missili Patriot, in parte per le richieste di Kiev. La Lockheed Martin lo scorso anno ha prodotto 620 Pac 3 Mse e intende aumentare la sua produzione a 2.000 l’anno nel giro di sette anni.

La mossa del Regno Unito

Dopo l’attacco di droni iraniani contro la base aerea britannica di Akrotiri a Cipro, il Regno Unito ha annunciato l’intenzione di portare specialisti ucraini nella lotta ai droni per aiutare i partner del Golfo ad abbattere gli Shahed iraniani. Si tratta di una mossa significativa. Dal febbraio 2022 l’Ucraina ha subito oltre 57.000 attacchi di tipo Shahed e ha sviluppato la dottrina anti-droni più collaudata al mondo, che include droni intercettori da 2.500 dollari che danno la caccia agli Shahed in volo.

Il programma britannico Project Octopus, lanciato lo scorso novembre, mira a produrre 2.000 droni intercettori al mese in collaborazione con i produttori ucraini. Ora collaborazione viene estesa agli alleati del Golfo che devono affrontare lo stesso identico sistema d’arma. Ci sarà il contributo dei piloti ucraini di F-16, che hanno intercettato con successo gli Shahed lanciati quotidianamente sulle città ucraine.

Lo Shahed ha cambiato il modo di fare la guerra

L’Iran ha cambiato la modalità della guerra contemporanea. E lo ha fatto proprio con il drone Shahed-136. È lungo 3,5 metri e ha una apertura alare di 2,5 metri, un motore a combustione interna e può volare per oltre 2000 chilometri a velocità bassa. È molto rumoroso. La sua traiettoria è predeterminata anche se di recente, in Ucraina, potrebbe essere stato guidato anche in remoto. Dotato di una testata esplosiva di soli 50 chili di un sistema di guida pre programmato basato su Gps, il drone può essere lanciato in sciami e indirizzato verso bersagli come centrali elettriche, depositi di munizioni, infrastrutture strategiche. Una volta individuato l’obiettivo, il drone vi si getta contro, causando danni significativi a un costo molto inferiore rispetto a un missile da crociera. Il costo di produzione è stimato fra i 20mila e i 50mila dollari.

Un sistema a lungo raggio, economico e preciso quanto basta che si è rivelato determinante nel conflitto in Ucraina, sia nella prima fase in cui Mosca ha iniziato a importarlo da Teheran e dall’autunno del 2022 a usarlo contro le città ucraine, che in seguito, con l’investimento di due miliardi di dollari per l’apertura di un impianto in Russia, a Yelabuga, sul Volga, per la produzione su licenza del Geran-2, come è stata chiamata la versione locale, e anche nel modellare la risposta di Kiev, che ha inventato il sistema di difesa aerea a strati che ora servirebbe ai Paesi del Golfo presi di mira dall’Iran. Il cerchio si chiude. O così dovrebbe.

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