Anitec-Assinform

Il digitale italiano cresce, ma sul filo: frenato da energia e dazi

Servizi Ict e intelligenza artificiale trainano il mercato: +3,2% nel 2025, ma la spinta rallenta verso il 2028

di Andrea Biondi

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

Il digitale italiano corre, ma con le scarpe slacciate. Cresce, ma su un terreno che non sembra particolarmente stabile. Nell’ultimo studio di Anitec-Assinform, redatto in collaborazione con NetConsulting cube, l’immagine che traspare è quella di una tecnologia fa da locomotiva a fronte di un resto dell’economia sbuffa, frenato da dazi e caro-energia.

Rallentamento al 2028

Nel primo semestre 2025 il mercato digitale ha messo a segno un +3,2% e ha raggiunto 40.471,5 milioni di euro. La fotografia è nitida e racconta un Paese che prova a modernizzarsi anche quando la congiuntura suggerirebbe prudenza. A fine 2025 la previsione di chiusura 2025 conferma la direzione: +3,2% a 84.244,8 milioni di euro. E per il triennio lo studio mette in conto un progressivo rallentamento, fino a chiudere al +2,8% nel 2028 portando il mercato a sfiorare la soglia dei 91,5 miliardi.

Loading...

Il passo dell’economia

Del resto, andando anche oltre il settore Ict, fuori dai confini, il meteo è cattivo. L’Ocse vede la crescita mondiale scendere dal 3,3% del 2024 al 3,2% nel 2025 e al 2,9% nel 2026. E i dazi americani hanno già cambiato i comportamenti: prima l’anticipo degli scambi, poi i segnali di rallentamento, con la fiducia dei consumatori che resta debole. L’Italia, nel mezzo, resta a bassa velocità: +0,6% nel 2025 e nel 2026.

Il traino di Servizi Ict e AI

Eppure, sotto la pelle dell’economia, il digitale continua a pulsare. A crescere non sono più le vecchie infrastrutture. I Servizi di rete arretrano dell’1,1% nel primo semestre (a 9.231 milioni di euro, a fronte del +1,3% dello stesso periodo del 2024) trascinati dal calo della fonia e da un mercato mobile ormai maturo. A compensare sono i Servizi Ict, che segnano un +7,1%, (risultato solo lievemente inferiore al 7,4% osservato nel 2024, raggiungendo un valore complessivo di 8.666,6 milioni) spinti dalla domanda di consulenza, integrazione e gestione dei sistemi. Anche il Software e le Soluzioni Ict fanno la loro parte (+3,5% a 4.352,4 milioni), grazie a piattaforme e middleware che tengono insieme ambienti sempre più complessi, tra cloud pubblici e privati. I dispositivi tornano a respirare (+2% a 10.040,4 milioni), sostenuti dalla ripresa delle televisioni e dall’avvio di un nuovo ciclo di sostituzione tecnologica.

C’è poi il digitale che passa dagli schermi: contenuti e pubblicità online crescono del 5,5% a 8.181,2 milioni. Il digital advertising, le app, il gaming e l’intrattenimento mobile intercettano tempo e attenzione, diventando una voce strutturale dei consumi. È la parte più visibile del cambiamento, quella che entra nelle abitudini quotidiane, ma non è necessariamente la più strategica.

La previsione di chiusura 2025 non si discosta. In dettaglio, i Servizi Ict restano il motore (+7,2%, 18.596 milioni), mentre i Servizi di rete girano la freccia in giù (-0,7%). Le parole chiave sono ormai chiare: intelligenza artificiale, cloud, cybersecurity. Il cloud vale 8,6 miliardi nel 2025 e cresce a doppia cifra. La sicurezza informatica segue lo stesso passo. L’AI resta più piccola in termini assoluti, ma è la più veloce: +24,4% medio annuo fino al 2028.

Il nodo energia

I Big Data fanno da infrastruttura invisibile: senza governo dei dati, l’AI resta promessa più che soluzione. Ma l’innovazione ha costi che vanno oltre la tecnologia. «L’energia – commenta il presidente di Anitec-Assinform, Massimo Dal Checco – è il nodo più evidente: nei primi mesi del 2025 il prezzo medio in Italia ha superato i 133 euro al megawattora, molto più che in Francia, Spagna o Germania. Un problema serio per un Paese che vuole attrarre data center, le fabbriche digitali del presente».

Nel medio periodo, la crescita si sposta sempre più verso le imprese. La quota business salirà oltre il 65% entro il 2028, mentre quella consumer scenderà sotto il 35. Le banche restano i maggiori investitori digitali, seguite dall’industria. Lo Stato, intanto, viaggia con il carburante del Pnrr: circa 160 miliardi spesi entro il 2026. Ma quando quella spinta verrà meno, resteranno due incognite: i finanziamenti e le competenze.

«Abbiamo iniziato un percorso strategico importante come sistema economico - chiosa Dal Checco - che non si esaurirà con il Pnrr, perché i protagonisti, le imprese, i cittadini, le amministrazioni pubbliche, hanno ora la consapevolezza che solo questo percorso sarà sostenibile nell’economia del futuro. Ora serve concentrarsi su come alimentare questo percorso con nuove risorse e su come renderlo più efficace soprattutto per le Pmi, attraverso misure più mirate e un dialogo più proattivo e strutturato tra tutte le parti coinvolte».

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti