Equilibri politici e industriali

Il nucleare saudita innesca la gara del controllo della filiera atomica in tutto il Medioriente

L’accordo firmato tra Riad e Washington ora passa dal Congresso che dovrà definire dettagli non secondari, a partire dal modello di arricchimento. Cosa che aprirebbe una forte discrasia con gli Emirati che nel 2009 vi rinunciarono. Turchia ed Egitto in attesa di prendere contromisure. Mentre Islamabad potrebbe sfruttare le novità per rafforzare i rapporti con l’Arabia

Il principe saudita Mohammed bin Salman e   il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Riad  REUTERS

6' di lettura

English Version

6' di lettura

English Version

L’accordo nucleare civile firmato il 22 luglio 2026 tra Stati Uniti e Arabia Saudita non riguarda soltanto la costruzione di reattori. Dietro la formula diplomatica della cooperazione si apre una competizione per il controllo dell’intera filiera: uranio, conversione, arricchimento, fabbricazione del combustibile, manutenzione, software, sicurezza, gestione delle scorie. È un mercato da decine di miliardi, ma anche un’infrastruttura di potere destinata a incidere sui rapporti con l’Iran, sulla sicurezza di Israele, sul ruolo del Pakistan e sulle ambizioni nucleari di Turchia ed Egitto.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il congresso Usa

Il documento è stato sottoscritto dal segretario americano all’Energia Chris Wright e dal ministro saudita dell’Energia, il principe Abdulaziz bin Salman. Washington lo ha presentato come la base giuridica di una partnership pluridecennale e multimiliardaria. Ma la firma non equivale all’entrata in vigore. L’intesa deve ancora essere trasmessa al Congresso, che dispone di 90 giorni per la valutazione. Solo dopo questa fase potranno aprirsi le procedure per le licenze di esportazione, il trasferimento di tecnologia, la fornitura di componenti e gli eventuali contratti per i reattori. Il punto decisivo resta ancora coperto dal riserbo negoziale: non è pubblico se Riad abbia l’ok per l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del combustibile, a differenza di Abu Dhabi nel 2009. Non è noto neppure se l’applicazione dell’accordo sarà subordinata all’adozione del Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, lo strumento che amplia il potere ispettivo anche alle attività non dichiarate.

Loading...

Il combustibile

La filiera comincia con l’estrazione dell’uranio, prosegue con la conversione in esafluoruro, l’arricchimento, la produzione delle pastiglie ceramiche e l’assemblaggio del combustibile. Dopo l’avvio dell’impianto arrivano i ricavi ricorrenti: ricariche periodiche del nocciolo, manutenzione programmata, aggiornamenti digitali, sostituzione di pompe, valvole, generatori, turbine e sistemi di sicurezza, formazione degli operatori, gestione del combustibile esausto e infine smantellamento. I numeri mostrano la dimensione del mercato. Urenco, uno dei maggiori gruppi mondiali nell’arricchimento dell’uranio, ha chiuso il 2025 con ricavi per 2,096 miliardi di euro, un Ebitda di 804 milioni, investimenti per 616 milioni e un portafoglio ordini record di 21,3 miliardi. I contratti si estendono fino agli anni Quaranta. La francese Orano, presente nelle miniere, nella conversione, nell’arricchimento, nel riprocessamento e nei servizi, ha registrato nel 2025 ricavi per 5,138 miliardi di euro e un portafoglio ordini di 34,2 miliardi, con oltre 21mila dipendenti. Chi vincerà la gara saudita non venderà quindi soltanto cemento, turbine e cupole di contenimento. Cercherà di assicurarsi decenni di forniture e dipendenza tecnologica.

Cinque sistemi industriali

Gli Stati Uniti possono offrire reattori, combustibile, manutenzione, sistemi digitali e accesso al mercato finanziario occidentale. Westinghouse rimane il nome più immediatamente associato alla tecnologia americana, mentre Urenco USA e Centrus rafforzano il fronte dell’arricchimento. Il vantaggio americano è l’integrazione tra industria, sicurezza e alleanza strategica; lo svantaggio è rappresentato dai vincoli del Congresso, dalle licenze e dalle condizioni sulla non proliferazione. La Russia propone un modello più verticale. Rosatom controlla miniere, arricchimento, fabbricazione del combustibile, progettazione, costruzione, finanziamento, formazione e manutenzione. È lo schema già utilizzato ad Akkuyu, in Turchia, e a El-Dabaa, in Egitto. Il cliente riceve un pacchetto integrato; Mosca ottiene un rapporto industriale e politico di lunghissima durata. La Cina può collegare l’offerta nucleare a credito pubblico, infrastrutture, investimenti energetici e partnership strategiche. Il precedente pakistano è significativo: quattro reattori cinesi operano a Chashma, due unità ACP1000 da 1.100 megawatt ciascuna sono attive nell’area di Karachi e una nuova unità da 1.200 megawatt è in costruzione. La Francia dispone di una filiera quasi completa attraverso EDF, Framatome e Orano. La Corea del Sud può invece mostrare il risultato più convincente nel Golfo: i quattro reattori APR-1400 di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti. Riad può usare questa concorrenza per ottenere prezzi migliori, maggiore localizzazione e trasferimenti industriali? O resterà al 100% nel perimetro americano?

Barakah, il modello del Golfo

Gli Emirati hanno dimostrato che è possibile costruire una grande industria nucleare senza arricchire uranio sul territorio nazionale. I quattro reattori di Barakah producono circa un quarto dell’elettricità del Paese. Il combustibile è stato organizzato attraverso una catena internazionale: uranio, conversione e arricchimento acquistati da più fornitori, assemblaggi fabbricati inizialmente in Corea del Sud da KEPCO Nuclear Fuel e successivamente diversificati con nuovi accordi, anche con Framatome. Il progetto ha creato un’economia locale rilevante. Già nel 2015 oltre 1.100 imprese emiratine avevano ricevuto contratti per più di 2,5 miliardi di dollari. Negli anni successivi, 175 fornitori americani hanno ottenuto commesse superiori a 2,75 miliardi. Il precedente è fondamentale per l’Arabia Saudita. Dimostra che si possono trattenere nel Paese miliardi di dollari in lavori civili, acciaio, cavi, logistica, sicurezza, manutenzione e formazione senza controllare l’arricchimento.

Ma crea anche un problema politico. Se Washington concedesse a Riad condizioni più favorevoli di quelle accettate da Abu Dhabi, gli Emirati potrebbero chiedere consultazioni per ottenere un trattamento equivalente. L’accordo saudita rischierebbe così di riaprire l’intero equilibrio nucleare del Golfo.

L’Iran

L’Iran possiede oggi la struttura nucleare più articolata del Medio Oriente. Ha sviluppato competenze nell’estrazione, nella conversione, nell’arricchimento e nella produzione del combustibile, pur continuando a dipendere dalla Russia per il grande reattore di Bushehr. Bushehr-1 dispone di una potenza netta di 915 megawatt e nel 2025 ha prodotto oltre 5.100 gigawattora. Bushehr-2, da 974 megawatt, è in costruzione dal settembre 2019. Il vantaggio iraniano non risiede nel numero delle centrali, ma nell’esperienza accumulata lungo più fasi della filiera. Scienziati, tecnici, laboratori, infrastrutture e reti di approvvigionamento riducono il tempo necessario per cambiare direzione politica. È questa asimmetria che preoccupa Riad. Importare reattori americani non basta a colmarla. L’Arabia Saudita deve scegliere se affidarsi a combustibile straniero, garanzie di sicurezza e controlli internazionali oppure sviluppare progressivamente competenze sovrane. La prima strada riduce il rischio di proliferazione. La seconda accresce l’autonomia, ma abbrevia il tempo di conversione verso un’opzione militare.

Il fattore Pakistan

Il Pakistan è un attore decisivo non perché esista una prova pubblica di un ombrello nucleare esteso all’Arabia Saudita, ma perché combina una relazione militare molto stretta con una reale capacità industriale civile. Islamabad ha inoltre sviluppato capacità autonome nelle fermate per ricarica, nella manutenzione e nella fornitura di servizi e ricambi. Sono competenze legittimamente trasferibili: formazione degli operatori, radioprotezione, controllo qualità, gestione delle fermate e supporto tecnico. Per Riad, il Pakistan può quindi essere insieme partner militare, fonte di competenze e strumento di rassicurazione. Una garanzia convenzionale credibile può ridurre la pressione verso una deterrenza autonoma. Ma l’ambiguità sulla dimensione nucleare mantiene aperto un margine strategico che inquieta Israele e Iran.

Turchia ed Egitto avanzano

La Turchia sta entrando nella fase operativa del programma Akkuyu. Il ministro dell’Energia Alparslan Bayraktar ha dichiarato il 23 gennaio 2026 che la prima unità era completata al 99%, con l’obiettivo di produrre elettricità entro l’anno. Ankara acquisirà capacità di gestione, manutenzione e regolazione, ma resterà dipendente dalla tecnologia e dal combustibile russo. Se l’Arabia Saudita ottenesse il diritto di arricchire sul proprio territorio, la Turchia avrebbe un forte incentivo politico a chiedere un trattamento equivalente.

Anche l’Egitto avanza con il progetto El-Dabaa: quattro unità russe VVER, accompagnate da combustibile, formazione e manutenzione Rosatom. Il Cairo difficilmente costruirà un impianto di arricchimento entro il 2031, ma non potrà ignorare un eventuale vantaggio strategico saudita.

Loading...

La deterrenza

L’Arabia Saudita ha un accordo di salvaguardia globale con l’AIEA in vigore dal 13 gennaio 2009, ma non risulta ancora dotata di un Protocollo aggiuntivo operativo. La differenza è sostanziale. Le salvaguardie ordinarie controllano il materiale dichiarato. Il Protocollo aggiuntivo amplia le informazioni disponibili e consente di verificare attività, siti e programmi non dichiarati. La linea tra uso civile e rilevanza militare non passa per la centrale, ma per il controllo di conversione, arricchimento, inventari di uranio, laboratori, fornitori e dati operativi. Una filiera basata su combustibile importato, piena trasparenza, accesso degli ispettori e restituzione del combustibile esausto manterrebbe il programma lontano da una capacità militare. Un sistema con arricchimento nazionale, controlli ridotti, strutture opache e ricerca collegata agli apparati di sicurezza produrrebbe un equilibrio completamente diverso.

Entro il 2031 l’Arabia Saudita difficilmente disporrà di un grande impianto industriale di arricchimento operativo. Potrebbe però aver già acquisito ciò che conta: contratti, tecnici formati, conoscenze minerarie, infrastrutture regolatorie, catene di fornitura e una posizione giuridica capace di preservare opzioni future. Per questo le clausole non pubblicate dell’accordo contano più della cerimonia di firma. Il Congresso dovrà stabilire se mantenere Riad dentro il sistema tecnologico americano giustifichi condizioni meno rigide di quelle imposte agli Emirati. L’Arabia Saudita dovrà decidere se la sicurezza energetica valga più della sovranità sul combustibile. Israele misurerà il risultato in mesi di preavviso strategico. L’Iran lo interpreterà in termini di deterrenza. Turchia ed Egitto lo leggeranno come una questione di rango regionale. L’affare è enorme e misurerà l’architettura del Medioriente nei prossimi decenni.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti