Il part-time e la rinuncia alla carriera: le trappole per le madri che lavorano
Servono una riorganizzazione dei modelli lavorativi e una revisione dei congedi, oltre a una suddivisione dei carichi di cura familiare paritaria
di Chiara Di Cristofaro e Simona Rossitto
6' di lettura
I punti chiave
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Non c’è solo la rinuncia o la perdita del posto di lavoro. Anche per quelle madri che il lavoro riescono a mantenerlo le sfide da affrontare sono tante e spesso meno visibili.
Secondo gli ultimi dati elaborati da Save the Children, in Italia lavora solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare, poco più della metà. E se riescono a non uscire dal mercato del lavoro, la strada resta comunque difficile per la cosiddetta ‘child penalty’: dopo la nascita dei figli non solo i tassi di occupazione femminile, ma anche le ore di lavoro, la progressione di carriera e i guadagni tendono a diminuire, vuoi per utilizzo del part-time e forme di lavoro flessibili, vuoi per mancate opportunità di crescita e di carriera. Questo succede a volte proprio a causa di quegli strumenti pensati per conciliare vita lavorativa e vita privata. E a volte per un cambiamento culturale che fatica, ancora oggi, a prendere piede.
Quanto pesa la child penalty?
Il Child Penalty Atlas, atlante globale che quantifica la penalizzazione delle mamme rispetto ai padri, calcola per l’Italia una penalizzazione dovuta alla maternità del 33 per cento. La child penalty pesa sui salari delle madri con differenze notevoli in base ai settori: nel pubblico, più protetto e regolamentato, dice il rapporto Inps del 2025, la penalizzazione è di 14 punti logaritmici, nel privato arriva a 31. Già nell’anno della nascita, le madri sperimentano una riduzione delle retribuzioni. Nel settore pubblico il calo è attorno a 5 punti, mentre, anche in questo caso, nel settore privato è molto più marcato, vicino a 14. Un ruolo cruciale è giocato dalla composizione familiare: mentre le madri con un solo figlio riescono a recuperare interamente la perdita retributiva entro tre anni dalla nascita, per quelle con più figli il percorso è più lungo e discontinuo, segnato da ulteriori cali in corrispondenza di nuove maternità. Importanti diseguaglianze si riscontrano anche a livello territoriale, con un evidente svantaggio per le lavoratrici del Mezzogiorno, dove la probabilità di uscita dal mercato del lavoro in seguito alla nascita di un figlio raggiunge il 26%, contro il 18% registrato al Nord.
«Per chi resta al lavoro - spiega Matilde Marandola, presidente di Aidp, Associazione italiana per la direzione del personale - il percorso è spesso un paradosso. Da un lato c’è una vera metamorfosi: la maternità allena il cervello a una reattività e a una gestione della complessità incredibili dall'altro, questo potenziale rischia di spegnersi scontrandosi con modelli di lavoro arcaici. Così, professioniste che sono cresciute tantissimo a livello umano e cognitivo si ritrovano a lavorare il doppio per dimostrare il proprio valore a un sistema che le guarda con pregiudizio».
Peggiora la qualità del lavoro
Nel rapporto di quest’anno, per la prima volta dal 2022, Save the Children nota, inoltre, un peggioramento generale. «L’indice delle madri - spiega Antonella Inverno, responsabile Ricerca e analisi dati – peggiora soprattutto nella dimensione del lavoro. Non tanto sul fronte occupazione, che nel 2024 per le 25-54enni con almeno un figlio minore aumenta dello 0,1% anche se molto meno di quella dei padri, ma guardando agli altri indicatori. Il numero delle occupate in lavori a termine nel 2024 è aumentato del 2%, segno che c’è maggiore precarietà. Le dimissioni volontarie delle mamme con figli fino a tre anni sono aumentate di due punti per mille, da 4,8 a 6,8 ogni mille. Risultano particolarmente colpite le mamme giovani: tra le 15 e 29 le Neet sono al 60,9 per cento». Diminuisce un po’ l’uso del part time, anche quando – e questo è senz’altro da leggere come un buon segno - è involontario. Nel 2024, secondo Save the Children, il ricorso al part-time delle donne 25-54enni con almeno un figlio minore in Italia è al 32,6% (di cui l’11,7% involontario), rispetto al 35,6% del 2023 (di cui 12,6% quello involontario).

