Festa della mamma

Il part-time e la rinuncia alla carriera: le trappole per le madri che lavorano

Servono una riorganizzazione dei modelli lavorativi e una revisione dei congedi, oltre a una suddivisione dei carichi di cura familiare paritaria

di Chiara Di Cristofaro e Simona Rossitto

 Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

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Non c’è solo la rinuncia o la perdita del posto di lavoro. Anche per quelle madri che il lavoro riescono a mantenerlo le sfide da affrontare sono tante e spesso meno visibili.

Secondo gli ultimi dati elaborati da Save the Children, in Italia lavora solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare, poco più della metà. E se riescono a non uscire dal mercato del lavoro, la strada resta comunque difficile per la cosiddetta ‘child penalty’: dopo la nascita dei figli non solo i tassi di occupazione femminile, ma anche le ore di lavoro, la progressione di carriera e i guadagni tendono a diminuire, vuoi per utilizzo del part-time e forme di lavoro flessibili, vuoi per mancate opportunità di crescita e di carriera. Questo succede a volte proprio a causa di quegli strumenti pensati per conciliare vita lavorativa e vita privata. E a volte per un cambiamento culturale che fatica, ancora oggi, a prendere piede.

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Quanto pesa la child penalty?

Il Child Penalty Atlas, atlante globale che quantifica la penalizzazione delle mamme rispetto ai padri, calcola per l’Italia una penalizzazione dovuta alla maternità del 33 per cento. La child penalty pesa sui salari delle madri con differenze notevoli in base ai settori: nel pubblico, più protetto e regolamentato, dice il rapporto Inps del 2025, la penalizzazione è di 14 punti logaritmici, nel privato arriva a 31. Già nell’anno della nascita, le madri sperimentano una riduzione delle retribuzioni. Nel settore pubblico il calo è attorno a 5 punti, mentre, anche in questo caso, nel settore privato è molto più marcato, vicino a 14. Un ruolo cruciale è giocato dalla composizione familiare: mentre le madri con un solo figlio riescono a recuperare interamente la perdita retributiva entro tre anni dalla nascita, per quelle con più figli il percorso è più lungo e discontinuo, segnato da ulteriori cali in corrispondenza di nuove maternità. Importanti diseguaglianze si riscontrano anche a livello territoriale, con un evidente svantaggio per le lavoratrici del Mezzogiorno, dove la probabilità di uscita dal mercato del lavoro in seguito alla nascita di un figlio raggiunge il 26%, contro il 18% registrato al Nord.

«Per chi resta al lavoro - spiega Matilde Marandola, presidente di Aidp, Associazione italiana per la direzione del personale - il percorso è spesso un paradosso. Da un lato c’è una vera metamorfosi: la maternità allena il cervello a una reattività e a una gestione della complessità incredibili dall'altro, questo potenziale rischia di spegnersi scontrandosi con modelli di lavoro arcaici. Così, professioniste che sono cresciute tantissimo a livello umano e cognitivo si ritrovano a lavorare il doppio per dimostrare il proprio valore a un sistema che le guarda con pregiudizio».

Peggiora la qualità del lavoro

Nel rapporto di quest’anno, per la prima volta dal 2022, Save the Children nota, inoltre, un peggioramento generale. «L’indice delle madri - spiega Antonella Inverno, responsabile Ricerca e analisi dati – peggiora soprattutto nella dimensione del lavoro. Non tanto sul fronte occupazione, che nel 2024 per le 25-54enni con almeno un figlio minore aumenta dello 0,1% anche se molto meno di quella dei padri, ma guardando agli altri indicatori. Il numero delle occupate in lavori a termine nel 2024 è aumentato del 2%, segno che c’è maggiore precarietà. Le dimissioni volontarie delle mamme con figli fino a tre anni sono aumentate di due punti per mille, da 4,8 a 6,8 ogni mille. Risultano particolarmente colpite le mamme giovani: tra le 15 e 29 le Neet sono al 60,9 per cento». Diminuisce un po’ l’uso del part time, anche quando – e questo è senz’altro da leggere come un buon segno - è involontario. Nel 2024, secondo Save the Children, il ricorso al part-time delle donne 25-54enni con almeno un figlio minore in Italia è al 32,6% (di cui l’11,7% involontario), rispetto al 35,6% del 2023 (di cui 12,6% quello involontario).

La «trappola» del part-time

«Il part-time nasce come strumento di conciliazione tra vita e lavoro, dentro una visione tradizionale e patriarcale dei ruoli. Nel tempo, però, i dati mostrano con chiarezza una trasformazione: il part-time femminile, da opportunità, è diventato spesso una “gabbia”, se non un vero e proprio ghetto», spiega Roberto Rizza, sociologo del lavoro dell’Università di Bologna. «Si tratta raramente di posizioni prestigiose o ad alto contenuto professionale – dice Rizza – e questo rafforza la segregazione occupazionale e limita le possibilità di carriera». Infine, c’è il tema pensionistico: «Le donne sono più esposte a carriere discontinue, contratti a tempo determinato e part-time. Il costo si paga alla fine: meno autonomia economica e maggiore vulnerabilità in una fase della vita già delicata».

Cosa blocca la carriera?

Sul piano più generale, anche per quelle donne che lavorano a tempo pieno e riescono a mantenere l’occupazione full time dopo la maternità esiste un trade-off tra lavoro e famiglia che va letto con attenzione. «Il principale driver dell’aumento dell’occupazione femminile è l’istruzione: le donne oggi sono mediamente più istruite degli uomini, e questo ha spinto la loro partecipazione al lavoro. Le donne con alto livello di istruzione non sono più disponibili a uscire dal mercato del lavoro, nemmeno nei momenti critici, come la nascita dei figli», spiega il professor Rizza. Diverso è il discorso per le donne meno qualificate, «dove il legame con il lavoro è più debole e l’uscita può diventare definitiva, anche in presenza di congedi di maternità lunghi». Il nodo centrale, secondo il sociologo, resta lo squilibrio tra maternità e paternità, con congedi profondamente asimmetrici e con il congedo parentale che, essendo trasferibile, viene spesso utilizzato quasi esclusivamente dalle madri. «Questo rafforza l’interruzione delle carriere femminili e produce effetti di scoraggiamento», conclude.

La cronica carenza dei servizi per l'infanzia

A questo vanno aggiunte la cronica carenza dei servizi per la prima infanzia, che si accompagna a un modello culturale prevalente in cui la cura dei figli è considerata principalmente responsabilità femminile. «Gli elementi più critici – commenta Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea Onlus - restano sempre gli stessi: donne costrette a un part-time involontario per la difficoltà di conciliare maternità e carriera e uno sbilanciamento nel lavoro di cura familiare che continua a gravare quasi esclusivamente sulle spalle femminili, costringendo molte donne a ridurre l’orario lavorativo, rinunciare a opportunità di crescita professionale o, nei casi più estremi, abbandonare completamente il mercato del lavoro. Non si tratta di libere scelte, ma del risultato di una carenza cronica di servizi per l’infanzia, politiche familiari insufficienti e una cultura del lavoro ancora fortemente sbilanciata. Questo andamento lo riscontriamo ogni giorno con le donne che arrivano al nostro Sportello per le politiche attive sul lavoro: la loro vita oscilla tra la mancanza di lavoro, rinunce obbligate e stereotipi che le penalizzano».

L'organizzazione aziendale che manca

Altro punto centrale, poi, riguarda l’organizzazione delle imprese. Spiega il professor Roberto Rizza: «Riprendendo le analisi della Premio Nobel Claudia Goldin, sappiamo che le carriere sono costruite su criteri obsoleti: premiano presenza fisica e orari estesi, premiando chi è sempre disponibile — tipicamente uomini — e penalizzando chi ha carichi di cura». Un modello che crea figure percepite come insostituibili e che vengono poi premiate. Serve quindi una revisione profonda dell’organizzazione del lavoro, inclusa la gestione dei team e dell’incertezza operativa, per evitare che i costi della flessibilità ricadano sistematicamente sulle donne.

In sintesi, perché le donne possano giocare davvero alla pari la partita della carriera, secondo il professor Rizza, l’istruzione è un fattore decisivo, ma non sufficiente. La vera partita si gioca sull’organizzazione del lavoro, sui servizi di cura e su un riequilibrio reale delle responsabilità familiari. Solo intervenendo su questi tre livelli è possibile ridurre le disuguaglianze e avvicinarsi a condizioni effettive di pari opportunità. «La vera svolta – gli fa eco Matilde Marandola, presidente di Aidp - sta nel costruire organizzazioni dove si valutino i risultati e il valore delle persone, creando politiche di flessibilità e welfare che permettano a chiunque, madre o padre, di esprimere il proprio potenziale al massimo e assicurando il benessere della famiglia. Solo quando il merito sarà slegato dagli stereotipi riusciremo a valorizzarlo nella sua forma più pura, rendendo il lavoro un luogo dove la vita personale arricchisce quella professionale».

Infine, un ultimo dato da non sottovalutare: «Le donne sono oggi mediamente più istruite e spesso più produttive degli uomini. Non valorizzarle pienamente rappresenta un costo economico e sociale che il Paese non può più permettersi», afferma il sociologo Roberto Rizza.

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