Siderurgia

Ex Ilva, Corte d’Appello Milano: stop area a caldo entro 90 giorni se non riduce emissioni. Governo conferma prestito

I giudici accolgono il ricordo delle associazioni di cittadini: la domanda è motivata dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute

Una veduta dell’ex Ilva di Taranto (Foto di Alfonso Di Vincenzo/KONTROLAB /LightRocket via Getty Images)

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Deflagra il caso ex Ilva alla vigilia del vertice di domani mattina 28 luglio a Palazzo Chigi tra Governo (la questione è anche nell’ordine del Giorno del Consiglio dei ministri di oggi, ndr) e sindacati. Oggi la Corte d’Appello di Milano ha deciso lo stop all’acciaieria di Taranto. La Corte, sezione civile, si legge nel provvedimento, «accoglie la richiesta di inibitoria e, per l’effetto, in parziale riforma del decreto impugnato, ordina a Ilva spa, Acciaierie D’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto, assegnando a queste ultime il termine di giorni novanta, decorrente dall’ultima comunicazione del provvedimento, per il completamento delle operazioni di sospensione sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

I ricorsi e la risposta della Corte di Appello

La Corte d’Appello si è pronunciata sui ricorsi presentati nei mesi scorsi da un gruppo di cittadini di Taranto e dall’associazione “Genitori Tarantini”, nonché dalle società interessate, sulla sentenza del Tribunale di Milano che a febbraio ha ordinato l’alt alla produzione del siderurgico entro il prossimo 24 agosto se l’azienda non avesse rivisto e adeguato una serie di prescrizioni ambientali dell’Aia rilasciata la scorso anno e ritenute dai giudici carenti circa la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

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Per la Corte, «appare evidente che la domanda dei cittadini, come formulata nella memoria del 30 settembre 2025 e ribadita in sede di reclamo, è stata comunque motivata - prima e dopo l’Aia 2025 - dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute e del diritto al clima. Le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive», nonché «l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento”» e «le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi, come consentite da disposizioni dell’Aia 2025 in tesi illegittime».

«Congruo il termine dei 90 giorni»

«Deve dunque ordinarsi ad AdI e Adih, nonché a Ilva spa, di sospendere l’attività esercitata nell’area a caldo - scrive il collegio -. A tal fine, la Corte ritiene congruo assegnare a queste ultime il termine di novanta giorni per il completamento, in condizioni di sicurezza, delle operazioni di sospensione dell’esercizio delle installazioni, sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo. Il termine decorrerà dall’ultima comunicazione del decreto alle destinatarie del provvedimento».

«È rimessa all’autonomia di gestori e proprietaria degli impianti l’iniziativa di ripresa dell’attività - afferma la Corte - quando essi avranno rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti; adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno, e comunque nell’ambito della cornice procedimentale amministrativa prevista dal dlgs n. 152/2006 e dalla direttiva 2010/75, nei termini precisati dalla sentenza Cgue». Questa è la sentenza della Corte di Giustizia Europea che a giugno 2024 ha stabilito che un’installazione industriale che provoca danni all’ambiente e alla salute, va fermata.

Abbattimento gas serra e amianto

La Corte di Milano scrive ancora che «il reclamo dei cittadini va respinto con riferimento alla domanda relativa all’abbattimento di gas a effetto serra». Va invece accolto «in ordine all’inibitoria sia con riferimento alla domanda concernente l’amianto, sia riguardo a quella relativa alle polveri sottili, aventi ciascuna carattere dirimente, anche ove singolarmente considerata, e previa disapplicazione in via incidentale dell’Aia 2025».

«La Corte - su espressa e condivisibile richiesta dei cittadini - ritiene di doversi discostare parzialmente dall’ordine impartito dal Tribunale alle parti avverse. E infatti l’accoglimento delle domande dei cittadini, nei termini indicati, impone tout court la sospensione dell’attività nell’area a caldo dello stabilimento. Sul punto, la sentenza Cgue ha infatti disposto che l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso laddove si ravvisino, come nel caso in esame, pericoli per la salute», scrivono i giudici.

Polveri sottili nocive, rischio per salute

E ancora, si legge nel provvedimento, «deve darsi per scontato che le polveri sottili sono nocive e che presentano rischio per la salute. Basti considerare che le varie Aia che si sono succedute nel tempo hanno prescritto continui monitoraggi: all’evidenza essi non sarebbero stati necessari se si trattasse di emissioni innocue. La stessa PA ha dunque riconosciuto l’esistenza di pericolo per la salute e la necessità di monitoraggi, che in tanto vengono compiuti, in quanto sono propedeutici all’adozione di prescrizioni cautelative».

Per i giudici, le Valutazioni di danno sanitario (Vds), «che si sono succedute nel tempo hanno dato atto che, nonostante il mancato superamento dei valori limite di cui al dlgs 155/2010, si sono verificate nelle aree a rischio eccessi di mortalità e spedalizzazione in percentuale significativamente maggiore rispetto ad altre zone più lontane dallo stabilimento. Ciò è avvenuto sebbene il livello di produzione sia stato di gran lunga inferiore» a quello di 6 milioni di tonnellate annue autorizzato (anche) con l’Aia 2025. I più recenti livelli di produzione si sono assestati su circa 3 milioni di tonnellate annue e persino in misura inferiore in ragione dei livelli più recenti di produzione, in cui sono impiegati due soli altoforni, a volte in alternanza tra loro. Da quanto detto è agevole ricavare, come condivisibilmente ha ritenuto il Tribunale, che il rispetto di quei valori limite emissione non è idoneo a scongiurare il pesante rischio sanitario».

Palazzo Chigi: avanti con stanziamento

A seguito del decreto della Corte d’Appello di Milano, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato d’urgenza una riunione a Palazzo Chigi, sottolineando come quelli interessati dal provvedimenti siano «gli impianti essenziali alla capacità produttiva dello stabilimento, nei quali è impiegata la maggior parte dei lavoratori di Acciaierie d’Italia». E che «il decreto interviene proprio nel momento in cui si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico».

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Alla riunione convocata da Giorgia Meloni hanno partecipato i ministri Marina Calderone, Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti, Gilberto Pichetto Fratin, Adolfo Urso e i Sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. Il Governo, si legge nella nota di Palazzo Chigi, «prende atto del provvedimento, che interviene alla vigilia del tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali previsto per domani e che, alla luce di tale decisione, rende tale confronto ancora più necessario. Nonostante i nuovi sviluppi, il Consiglio dei ministri, conferma lo stanziamento di un’ulteriore tranche del prestito necessaria ad assicurare la continuità operativa dell’azienda in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo».

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