In che modo le emozioni possono rendere una comunità prospera?
Non solo le emozioni sono correlate alla disponibilità a cooperare e a punire gli opportunisti, ma influiscono sugli stessi comportamenti
di Vittorio Pelligra
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I punti chiave
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Quella della cooperazione umana è una sfida colossale. Ha ricadute in ambito politico, sociale, economico. Dalla capacità e dalla volontà di cooperazione derivano, tra le altre cose, la pace, la prosperità, la qualità delle istituzioni democratiche, la salvaguardia dell’ambiente e molti altri beni di cui non possiamo fare a meno e da cui, sempre più radicalmente, dipende la qualità della nostra vita. È naturale, quindi, andare alla ricerca di quelli che sono gli elementi che facilitano o ostacolano questa capacità, di quelle che sono le determinanti della cooperazione umana.
Punizione «deterrente» alla mancata cooperazione
Gli approcci, naturalmente, sono diversi, ma quello privilegiato dagli economisti sperimentali ha il pregio di andare alla ricerca di nessi causali; non di semplici correlazioni, ma di relazioni causa-effetto. In questa linea, per studiare i dilemmi connessi alla volontà e alla capacità di fare le cose insieme viene utilizzato, generalmente, un protocollo noto con il nome di public good game; una situazione nella quale viene simulato il processo di produzione volontaria di un bene pubblico, la sua natura dilemmatica, compresa la possibilità, anzi, perfino la convenienza a comportarsi in maniera opportunistica. I risultati di questi studi sono vari e molti li abbiamo descritti nei Mind the Economy delle scorse settimane; ma due risultano essere le regolarità ormai ampiamente accettate: contrariamente a quanto previsto dalla teoria, i partecipanti iniziano a cooperare tra loro per produrre il bene pubblico ma poi, e qui la teoria invece ci vede giusto, il livello di cooperazione decade progressivamente fino a sparire del tutto. Dopo un certo numero di ripetizioni del gioco, nessuno, infatti, sarà più disposto a cooperare. Il secondo risultato è, anche questo, contrario a quanto previsto dalla teoria economica standard: quando si introduce nel gioco la possibilità di punire in maniera costosa gli altri giocatori accade che quelli che contribuiscono meno della media del gruppo vengono di solito puniti. La possibilità di questa punizione esercita un effetto deterrente tale da riattivare la cooperazione facendole raggiungere livelli ottimali.
Il primo risultato, il decadimento della cooperazione, può essere spiegato assumendo che i giocatori – tutti noi, a dire il vero – invece di essere puramente autointeressati, si comportino come cooperatori condizionali: siano, cioè, stimolati a cooperare in un ambiente di cooperatori, così come vengono scoraggiati da un ambiente di free-rider opportunisti. Il secondo risultato, l’effetto deterrente della punizione, si può spiegare, invece, assumendo che i partecipanti siano avversi alla disuguaglianza; sperimentino, cioè, un costo psicologico derivante da tutte quelle situazioni nelle quali le risorse sono distribuite in maniera iniqua. Per evitare di patire questo costo siamo disposti a punire, anche in maniera costosa, coloro che, con il loro comportamento, contribuiscono a determinare tale iniquità.
L’ipotesi di Fehr e Schmidt
Questa ipotesi, formulata sul finire del secolo scorso, in contemporanea da Ernst Fehr e Klauss Schmidt (“A Theory of Fairness, Competition, and Cooperation”. Quarterly Journal of Economics, CXIV, pp. 817– 868, 1999) e da Gary Bolton and Axel Ockenfels (“ERC – A Theory of Equity, Reciprocity, and Competition”. American Economic Review 90, pp. 166-193, 2000) è risultata coerente con i dati osservati raccolti negli anni successivi e suggerisce che alla base della nostra propensione alla cooperazione e alla punizione dei free-riders vi siano alcune emozioni, rabbia e senso di colpa, in particolare. Abbiamo già visto in precedenti occasioni come i neuroeconomisti siano riusciti a dimostrare che rabbia e disgusto stanno alla base di alcuni strani comportamenti osservati in situazioni come l’ultimatum game, dove i giocatori preferiscono non vincere niente piuttosto che una somma positiva di denaro quando questa somma viene inserita in una distribuzione ingiusta delle risorse a disposizione. Quindi, che simili emozioni possano essere implicate anche nelle decisioni di punire i free riders e che possano sostenere, per questa via, i comportamenti cooperativi, sembra essere un’ipotesi del tutto plausibile, già avanzata, del resto, da Fehr e Gächter.
Uno dei primi studi che prova a mettere direttamente in relazione il ruolo delle emozioni con la disposizione e punire e a cooperare è quello condotto da Robin Cubitt, Michalis Drouvelis e Simon Gächter, pubblicato nel 2011 (“Framing and free riding: emotional responses and punishment in social dilemma games”. Experimental Economics 14, pp. 254–72). Nella loro ricerca Cubitt e colleghi si concentrano sulla possibilità che un soggetto che contribuisce meno della media del suo gruppo possa provare un senso di colpa, mentre chi contribuisce di più rispetto agli altri possa sperimentare, al contrario, rabbia verso chi mostra di non voler cooperare quanto sarebbe utile al gruppo. Si ipotizza, inoltre, che la forza di queste emozioni sia crescente al crescere della differenza tra la propria contribuzione e quella degli altri soggetti. I risultati dell'esperimento sembrano fornire supporto ad entrambe queste ipotesi. La rabbia per i comportamenti opportunistici aumenta all'aumentare della distanza tra il proprio investimento nel bene pubblico e quello osservato negli altri, mentre se gli altri contribuiscono di più allora questa correlazione scompare. Il senso di colpa, simmetricamente, cresce con la differenza tra quanto abbiamo investito noi e quanto hanno fatto gli altri nel momento in cui il nostro investimento è inferiore a quello degli altri membri del gruppo. La relazione descritta in questo modo tra rabbia e disponibilità a punire assume la stessa forma e sembra suggerire un nesso causale.








