Perché un leader non è un capo-che-comanda
Ma una guida che riesce ad attivare, attraverso l'esempio imitabile, quelle energie pro-sociali già presenti negli altri membri del suo gruppo
di Vittorio Pelligra
6' di lettura
I punti chiave
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La presenza di un leader che possa non tanto comandare, nel senso comunemente assegnato a questo termine, quanto piuttosto dare l'esempio, è uno di quegli elementi che fa aumentare il livello di cooperazione nei gruppi. Se osserviamo, infatti, il comportamento, per esempio, in un processo di produzione volontaria di un bene pubblico – caso classico di dilemma che mette a dura prova la spinta a cooperare – vediamo che quando un membro del gruppo può muovere per primo e dare l'esempio il livello di cooperazione è generalmente maggiore di quello che si osserva in assenza di un leader.
La ragione è che in questi casi le scelte di tutti gli altri membri sono fortemente correlate con le scelte del leader, cioè l'esempio diventa di ispirazione e viene, generalmente, seguito da tutti gli altri membri del gruppo. Questo è vero sia per i buoni esempi che per i cattivi esempi. Se i leader, infatti, sono poco propensi a cooperare tenderanno a deprimere anche le spinte cooperative degli altri. Per questo, come abbiamo visto sul Mind the Economy della settimana scorsa, diventa importante la possibilità di scegliere il leader giusto.
Le buone qualità: altruismo e rettitudine
Quando ai gruppi viene data questa possibilità, infatti, anche in semplici esperimenti di laboratorio, di solito vengono scelti coloro che hanno dato prova di maggiore altruismo e rettitudine. Questa semplice constatazione apre un altro punto importante e cioè il ruolo giocato dalle innate tendenze cooperative del leader. Recentemente gli economisti sperimentali hanno iniziato ad indagare gli effetti dei tratti della personalità sulle scelte economiche e non solo e, in ambito sociale, soprattutto in strutture articolate come i gruppi, alcuni tratti possono risultare più importanti di altri nel facilitare la capacità di fare le cose insieme.
Cooperazione caratteristica da leader
Un gruppo di ricercatori guidato da Simon Gächter ha, qualche anno fa, esaminato proprio tale questione. Nel loro esperimento hanno innanzitutto classificato i partecipanti in virtù delle loro tendenze più o meno spiccate alla cooperazione e poi osservato nell'ambito di un public good game gli effetti della loro leadership. Ogni giocatore veniva assegnato ad un certo ruolo in modo casuale in modo tale che tutti, prima o poi, giocassero anche come leader. Oltre ad indicare la loro scelta di investimento nel bene pubblico ogni leader doveva stimare il livello medio di contribuzione degli altri membri del gruppo. Il motivo che rende importante questo passaggio è che i leader possono cooperare non solo perché sono cooperativi per natura, ma anche perché si aspettano che gli altri lo siano. Io posso anche essere egoista, ma se immagino che il mio investimento porti gli altri membri del gruppo a un elevato investimento nel bene pubblico dei cui benefici potrò godere anch'io, allora può aver senso anche per un leader naturalmente egoista scegliere di cooperare. Viceversa, anche se il leader è cooperativo per natura può essere indotto a non cooperare da stime pessimistiche circa le tendenze cooperative degli altri membri del gruppo. Con il loro esperimento Gächter e colleghi cercano di distinguere questi due canali che possono favorire ma anche ostacolare l'emersione di comportamenti cooperativi.
I risultati dello studio mettono in luce tre fenomeni principali:







