In Mauritania l’ultimo miglio del gasdotto fra Nigeria e Marocco
Il Paese sta cavalcando l’exploit energetico e gode di una reputazione di stabilità insidiata dalle violenze sui suoi confini
dal nostro corrispondente Alberto Magnani
ai preferiti su Google
2' di lettura
2' di lettura
NAIROBI - L’ultimo vertice in Sierra Leone dell’Ecowas, il blocco delle economie dell’Africa occidentale, si è chiuso con diversi annunci. Uno di quelli più incisivi ha riguardato il presente e il futuro dell’African Atlantic Gas Pipeline, il gasdotto da quasi 7mila chilometri che dovrebbe saldare Nigeria, Marocco e mercati Ue. Nell’immediato, i capi di Stato e di governo dei Paesi del blocco hanno dato il (proprio) via libera a un’opera che si snoderà per 11 Paesi nella sua regione. In prospettiva, l’imprimatur dell’Ecowas ha fissato un altro appuntamento sull’agenda dell’infrastruttura: la sigla di un accordo fra il Marocco e la Mauritania, l’ultima tappa fisica di transito del gasdotto prima del suo sbocco nello scalo di Tangeri.
Chiedilo al Sole
La Mauritania ha già espresso il suo consenso all’opera, proiettata a trasportare 30 miliardi di metri cubi di gas e destinarne la metà al doppio fronte di mercato marocchino ed europeo. Ora la firma «imminente» dell’accordo formalizza ulteriormente il suo ruolo e apre un nuovo orizzonte sul doppio fronte dell’espansione economica e della sua tenuta sicuritaria. Negli ultimi Nouakchott si è riscoperta seduta su un patrimonio di risorse fossili e rinnovabili capitalizzata da iniziative miliardarieie come il progetto di gas naturale in acque profonde del Greater Tortue Ahmeyim (GTA) sul confine marittimo con il Senegal o l’accordo da 34 miliardi di dollari per lo sviluppo della sua filiera dell’idrogeno verde insieme a partner da Emirati arabi uniti, Germania ed Egitto.
L’exploit energetico e il rischio (ridotto) di contagio
Il raccordo con il gasdotto nigeriano-marocco può accentuarne l’integrazione sull’asse fra mercati africani ed europei e il ruolo di ponte diplomatico e commerciale fra l’Africa occidentale e la regione del Maghreb, tonificando una crescita prospettata dalla Banca africana di sviluppo al +4,4% nel 2026 e al 4,7% nel 2027. Sul secondo versante, quello sicuritario, la Mauritania gode da anni della reputazione di ancora di stabilità in una delle regioni più travagliate su scala africana e globale: il Sahel, ostaggio di un’insorgenza jihadista che lo ha tramutato nell’epicentro globale del terrorismo e attratto un numero crescente di attori esterni in cerca di alleanze con i governi locali, dalla Russia al - recentissimo - ritorno al dialogo con gli Usa di Donald Trump. La Mauritania teme le ricadute del cosiddetto effetto spillover, il rischio di un’espansione delle violenze già materializzato nelle incursioni di formazioni legate ad Al-Qaida o delle stesse forze di sicurezza maliane e degli Africa Corps.
Ma per ora «il rischio di un contagio severo viene ritenuto limitato» spiega Héni Nsaibia del centro studi Acled. L’equilibrio, dice Nsaibia, è garantito dalla «strategia multidimensionale» intessuta da Nouakchott fra dialogo, demobilizzazione, rafforzamento della capacità militari in collaborazione con i partner occidentali ed enfasi sulla sicurezza transfrontaliera. Il tutto sullo sfondo di una tattica di “non aggressione” che sta dando, ancora oggi, i suoi frutti: «Dal 2011 - dice Nsaibia - il Paese non si è impegnato proattivamente in operazioni militari né ha perseguitato i militanti affiliati ad Al-Qaeda, contribuendo così a evitare di trasformarsi nel bersaglio di ritorsioni da parte dei militanti».


