Dollaro

La Fed lascia i tassi fermi ma è divisa: tre i voti contrari

Il presidente della Federal Reserve statunitense Kevin Warsh tiene una conferenza stampa al termine di una riunione di due giorni del Comitato federale per il mercato aperto (FOMC), durante la quale la Federal Reserve ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse, presso la sede della Federal Reserve a Washington, D.C., Stati Uniti, il 29 luglio 2026. REUTERS/Evelyn Hockstein REUTERS

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

Tassi fermi. La Federal reserve ha confermato il corridoio dei Fed Funds al 3,50%-3,75%, in linea con le attese. La decisione, contrariamente a quanto è avvenuto a luglio, non è stata però presa all’unanimità: dei 12 governatori con diritto di voto (sui 19 totali), tre avrebbero preferito un rialzo di 25 punti base, al 3,75-4%: Beth Hammack, presidente della Fed di Cleveland; Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, e Lorie Logan, presidente della Fed di Dallas.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

I tre governatori avevano votato, almeno parzialmente, anche contro la decisione di aprile 2026: pur approvando la scelta di mantenere i tassi fermi (sempre al 3,50-3,75%), non erano d’accordo sull’inserimento, nel comunicato, di un’apertura verso un futuro allentamento dei tassi. In quell’occasione, e nel quadro di una manovra tendente alla progressiva riduzione del costo ufficiale del credito, il comunicato faceva riferimento a «entità» e «tempistica di ulteriori aggiustamenti» dei Fed Funds. Se però Hammack si era schierata contro un taglio dei tassi (al 4,25-4,50%) anche nel dicembre 2024, lasciando immaginare un suo orientamento da “falco”, i precedenti e lontani (nel 2017 e nel 2020) voti contrari di Kashkari - che sembra quindi un pragmatico - erano a favore di un orientamento più espansivo.

Loading...

Immutata rispetto a giugno, nel comunicato diffuso dopo la riunione - ormai laconico dopo le innovazioni del nuovo presidente Kevin Warsh - la diagnosi dell’economia americana: «L’attività economica si sta espandendo a un ritmo sostenuto, nonostante l’elevata incertezza, dovuta in parte al conflitto in Medio Oriente - ha spiegato la banca centrale Usa - La crescita della produttività e gli investimenti in capitale sono robusti. L’aumento dell’occupazione ha tenuto il passo con quello della forza lavoro e il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché invariato». «L’inflazione - ha poi ribadito la nota - resta elevata rispetto all’obiettivo del 2 per cento fissato dal Comitato, riflettendo in parte shock dal lato dell’offerta che hanno determinato aumenti dei prezzi in alcuni settori, compreso quello energetico».

Preceduto da una reputazione da “colomba”, se non altro perché scelto da Donald Trump che invoca da tempo tassi più bassi, Warsh ha ritenuto opportuno subito ricordare in conferenza stampa che «non esiste un obiettivo d’inflazione “morbido”. Non esiste un obiettivo implicito più permissivo. Non finché questo Comitato è responsabile della politica monetaria. Esiste un solo obiettivo, ed è il 2 per cento». Una precisazione resa necessaria forse anche dal fatto che - come ha riconosciuto lo stesso presidente - «i rendimenti nominali e reali sono sensibilmente più elevati lungo l’intera curva dei Treasury. In effetti, alcuni degli aumenti dei tassi d’interesse di mercato registrati tra una riunione e l’altra sono tra i più significativi degli ultimi due decenni, collocandosi più o meno nel decile più alto».

Questo sganciarsi dei rendimenti dalle “indicazioni” della Fed non è però considerato negativo da Warsh: «L’attenzione dei mercati si è concentrata sui dati reali e sugli sviluppi dell’economia reale. I prezzi hanno reagito in tempo reale alle nuove informazioni, e la riduzione della forward guidance (l’indicazione sulle possibili mosse future da parte della Fed, ndr) potrebbe aver avuto un ruolo». Secondo il presidente, i mercati si stanno concentrando sui dati e non sulle mosse della Fed e «questo è un cambiamento in meglio, e siamo solo all’inizio». I mercati stanno reagendo al fatto che «gli investimenti in capitale e la produttività sono robusti; i mercati del lavoro sono solidi e stabili. Anche il mercato obbligazionario, il mercato dei Treasury, sembra indicare la stessa cosa». «Credo - ha poi aggiunto Warsh - che, in sostanza, stiano dicendo che questo Comitato si assume la responsabilità del problema (l’inflazione superiore all’obiettivo da 63 mesi, ndr), ha la credibilità necessaria per risolverlo e ritiene, come me, che ci riusciremo». I mercati, ha detto ancora, «stanno agendo in modo concorde per mantenerci vigili e, nel periodo tra una riunione e l’altra, hanno determinato un inasprimento delle condizioni finanziarie. Questo ci ha rassicurato sul fatto che disponiamo degli strumenti e della capacità necessari per conseguire il risultato».

Warsh ha anche ridimensionato il peso dei tre voti contrari: «C’è stato un disaccordo sulla decisione. Direi però che questo non coglie pienamente la sostanza della discussione. La strada verso il paradiso delle banche centrali passa per l’adempimento del nostro mandato e, di questi tempi, ciò significa garantire la stabilità dei prezzi. Non misurerei questa strada nell’arco di 42 giorni (la durata del suo mandato, ndr), né sulla base di una singola riunione. Sono uscito da quella riunione ancora più convinto che questa sia la squadra giusta per vincere la battaglia contro l’inflazione elevata».

In ogni caso, il presidente ha ammesso che «se l’inflazione continuerà a mantenersi elevata per tutto l’orizzonte di previsione, i tassi d’interesse potrebbero senz’altro essere parte della soluzione». La Fed, ha aggiunto, non sta ignorando gli shocks che stanno colpendo l’economia, pensando che non siano rilevanti per la politica monetaria. Non sembra però che siano imminenti decisioni sul costo del credito: «Tendo a pensare che nei prossimi mesi affineremo questa valutazione e saremo in grado di formulare un giudizio migliore; anche i prezzi di mercato contribuiranno a orientarlo». Warsh non ha voluto quindi caratterizzare la decisione di luglio come una «pausa» all’interno di una manovra più ampia. La sua idea è che la politica monetaria non può effettuare una “calibrazione fine” della curva dei rendimenti e dell’inflazione. «Non credo che siamo particolarmente bravi nel fine tuning», ha detto.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti