Sbagliando si impara

La sfida della parità di genere: come le organizzazioni possono promuoverla oggi

Il divario di genere economico e la necessità di educazione e alleanze per l'uguaglianza

di Veronica Giovale*

 (Adobe Stock)

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

Backlash culturale e stanchezza organizzativa mostrano come la DE&I (e non solo) abbia bisogno di rigenerarsi e di procedere inesorabilmente. Torno quindi a parlare di un tema demodé: la parità di genere. E lo faccio dopo essere stata invitata ad ascoltare una tavola rotonda a Palazzo Marino (Milano) su “Donne, autonomia finanziaria e autodeterminazione: un binomio necessario”, in cui sono intervenute diverse donne di ampie vedute, tutte role model di riferimento che, con i loro studi, il loro lavoro e i loro comportamenti, stanno influenzando l’intera società.

Come spesso accade in questi momenti, quando ti concedi di ascoltare e attivi la modalità nutrimento, la mente vaga e unisce vari puntini. Ho quindi notato che proprio in questo ultimo biennio ho creato format di apprendimento e di riflessione sul significato e sui comportamenti che nascono dall’intreccio e dalla relazione esistente tra libertà, autonomia, partecipazione, violenza, privilegio, potere, visibilità, scelta e denaro, inseriti all’interno delle dinamiche di genere (e non solo). L’ho fatto sia all’interno di grandi aziende sia in vari contesti dove i format erano dedicati alle cittadine e ai cittadini, in chiave di sostenibilità sociale.

Loading...

La mia prima riflessione rispetto al titolo della tavola rotonda è stata chiedermi se, come e quanto le persone si interrogano davvero su come vivono personalmente il denaro, il potere e la visibilità. Quanto legano la propria autodeterminazione, o parte di essa, all’autonomia finanziaria.

Dalla mia personale prospettiva, siccome viviamo in sistemi sociali in cui l’economia e il denaro hanno assunto una certa rilevanza (che ci piaccia o meno), possiamo affermare che l’autonomia finanziaria ci determina come soggetti, offrendoci un certo grado di potere. Un potere legato alla nostra sostenibilità nel medio-lungo periodo, alla libertà di scelta, alla visibilità, alla possibilità di rimanere o di andare via da una situazione che ci risulta stretta. Aggiungerei quindi al titolo della tavola rotonda una sfumatura sostanziale: l’importanza di raggiungere una piena autonomia emotiva, oltre a quella finanziaria. Sono due aspetti correlati, ma non necessariamente viaggiano di pari passo. Essere autonomi, in senso profondo, e autodeterminarsi significa sentirsi parte attiva della propria esistenza, facendo i conti anche con una certa solitudine interiore. Significa partire da sé e proteggersi — in un senso molto ampio — in primis da soli.

La dinamica culturale in cui siamo immersi vede spesso, nei grandi numeri, le donne molto allenate a prendersi cura degli altri e talvolta a delegare, sottovalutare o addirittura sminuire l’importanza dell’autodeterminazione attraverso (anche) l’autonomia finanziaria. Gli uomini, invece, per ragioni storiche e sociali, si trovano spesso più allenati a decidere il meglio per sé e a rendersi, volenti o nolenti, visibili nello spazio pubblico (ovviamente con tutte le dovute diversità personali e culturali).

Il divario tra uomini e donne

All’interno della tavola rotonda sono stati condivisi alcuni dati: a cinque anni dalla laurea gli uomini guadagnano il 15% in più rispetto alle donne e, con la nascita dei figli, il divario aumenta. In questo caso gli uomini arrivano a guadagnare il 34,3% in più. Le ricerche ci dicono inoltre che l’80% delle donne non negozia il proprio riconoscimento economico per paura di sembrare aggressiva o ingrata. Un atteggiamento molto lontano da quello della maggior parte degli uomini che popolano il mondo del lavoro e che, per esempio, lavorano molto di più sui network, sulla brand reputation, sull’autopromozione e sulla diffusione — in ogni occasione utile — di ciò che fanno sul lavoro, anche nei suoi aspetti più piccoli. Secondo la World Bank, attraverso i dati del Global Findex Database, 740 milioni di donne nel mondo non hanno un conto in banca. In Italia, secondo una stima semplificata, una donna su cinque non ha accesso diretto al sistema finanziario formale. Si stima che il 67% della popolazione femminile abbia un conto in banca e lo gestisca in maniera autonoma, mentre la restante percentuale ha un conto cointestato o non ne possiede nemmeno uno.

Per riprendere il concetto di protezione espresso nelle righe precedenti — e che ho dichiarato di intendere in senso molto ampio — i Longevity Index e i Pension Index offrono uno scenario sconcertante, ancora una volta, per le donne. Scarsa cultura previdenziale, scarsa consapevolezza finanziaria e minori guadagni stanno tracciando una rotta verso una vita più lunga ma anche meno sicura per le donne (oltre che per i giovani).

Sorge allora spontanea una domanda per chi gestisce le persone — e le loro diversità — nelle organizzazioni: i e le manager sanno che esistono queste dinamiche culturali? Come le gestiscono? E a quali conclusioni arrivano nel vivere gli effetti di queste differenti modalità culturali e comportamentali?

È quindi urgente continuare a lavorare su:

• la cristallizzazione dei ruoli, che attribuisce le attività di cura a un genere e le attività socialmente rilevanti ad altri generi;

• l’abbandono di una visione egoriferita e individualista del privilegio, a favore di un’etica della cura che condivida i privilegi in un’ottica di miglioramento della comunità e di sé stessi;

• l’educazione finanziaria, per rimuovere la tendenza alla delega — parziale o totale — sugli aspetti finanziari e previdenziali. Ogni persona dovrebbe imparare a gestire pienamente questi aspetti legati alla propria esistenza;

• un lavoro costante di consapevolezza sui molteplici aspetti legati all’autodeterminazione, in ottica intergenerazionale;

• l’ampliamento e il consolidamento delle alleanze e delle sinergie tra scuole, università, istituzioni e imprese.

Le organizzazioni e tutti gli attori sociali hanno un dovere — e anche un interesse etico ed economico — nel continuare a trattare questi temi. Pensare che la parità di genere sia stata raggiunta non è solo demodé, è una lettura riduzionista e superficiale della realtà. Comoda, solo in apparenza, a chi teme di perdere i privilegi.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti