La vendetta è perdente: quando l’«occhio per occhio» ci fa tutti ciechi
Società complesse non possono non darsi istituzioni forti e affidabili, guidate da uomini e donne autorevoli
di Vittorio Pelligra
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I punti chiave
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La produzione volontaria di un bene pubblico è l’esempio preferito dagli economisti per spiegare le dinamiche cooperative nei gruppi e nelle comunità: tutti vorrebbero quantità maggiori di quel bene, ma, contemporaneamente, tutti vorrebbero che fossero gli altri a impegnarsi nella sua produzione, per poterne godere i benefici senza sopportarne i costi. È il noto problema del free-riding, di quegli evasori fiscali, per esempio, che mandano i figli alla scuola pubblica, che godono dei servizi sanitari, delle strade, dei parchi, e di mille altri servizi prodotti con le tasse pagate da altri.
Perché non pagare le tasse è un reato
A causa del rischio del free-riding, in genere, i beni pubblici non vengono prodotti privatamente, ma dal settore pubblico e non pagare le tasse rappresenta un reato. Il rischio di essere sfruttati dagli opportunisti, infatti, spinge anche chi sarebbe inizialmente disposto a cooperare per contribuire alla produzione del bene a non farlo, determinando in questo modo un «fallimento del mercato». La stessa dinamica si osserva in laboratorio quando i soggetti sono chiamati a simulare un processo analogo in un cosiddetto public good game: si inizia cooperando ma poi, round dopo round, la contribuzione media va a diminuire fino a convergere verso lo zero. Questa è la soluzione di equilibrio. Abbiamo visto le settimane scorse, però, che questa dinamica può essere interrotta nel momento in cui ai partecipanti viene data la possibilità di utilizzare un meccanismo di sanzionamento decentralizzato. In altre parole, in base a questo meccanismo, dopo aver osservato il comportamento degli altri membri del gruppo si può decidere se sanzionare in maniera costosa chi si è comportato da free rider.
Perché punire gli «opportunisti»
Il risultato è piuttosto sorprendente perché effettivamente la maggioranza dei partecipanti è disposta a rinunciare a parte dei loro guadagni per punire gli opportunisti e, round dopo round, molti di questi si ravvedono e iniziano a cooperare. Il risultato è sorprendente perché un soggetto razionale e autointeressato che cerca di massimizzare il suo guadagno non dovrebbe mai sanzionare un altro giocatore. La punizione, infatti, è costosa non solo per chi la riceve, ma anche per chi la attua. Il secondo elemento di interesse è che proprio un comportamento «irrazionale» come quello legato alla sanzione produce, a livello sociale, una situazione ottimale. Una situazione nella quale, cioè, la maggioranza dei partecipanti coopera nella produzione del bene pubblico. Il meccanismo della sanzione sfrutta una tendenza umana «irrazionale» – quella che viene definita «punizione altruistica» o «reciprocità forte» – per determinare risultati «razionali» a livello collettivo. Questa «irrazionalità» è legata a vari fattori, tra cui la nostra avversione alla disuguaglianza. Quando ci troviamo davanti a situazioni palesemente ingiuste il nostro cervello reagisce attivando alcune aree sottocorticali implicate nella generazione della rabbia e del disgusto. L’ingiustizia genera rabbia e disgusto e queste emozioni, a loro volta, fanno scaturire reazioni comportamentali volte a punire chi ha determinato quell’ingiustizia, come nel caso del free rider.
Il rischio di ritorsioni
Molto si è dibattuto circa il ruolo delle sanzioni decentralizzate nella regolazione della vita in comune, nel favorire la cooperazione e il rispetto delle norme sociali. Sono stati compiuti centinaia di studi sia in laboratorio che sul campo, per testare queste ipotesi, molti dei quali hanno dato risultati decisamente incoraggianti. Se non fosse per una piccola controindicazione di cui abbiamo iniziato a parlare nel Mind the Economy della settimana scorsa: il rischio di ritorsioni. Nella maggior parte degli esperimenti incentrati sulla produzione di un bene pubblico viene confrontato un trattamento nel quale i partecipanti devono decidere quanto investire con un altro trattamento nel quale dopo aver investito e aver osservato l’investimento degli altri, si può decidere se punire chi, secondo noi, non ha fatto fino in fondo la sua parte. Si osserva, tipicamente, che la possibilità di essere puniti esercita un effetto deterrente che spinge anche i più recalcitranti a cooperare per il bene del gruppo. Nella realtà, però, le cose sono un po’ più complicate, perché di solito ad una punizione può seguire una contro-punizione.
Quando si punisce... il punitore
Nessuno è felice di essere sanzionato, soprattutto se non si riconosce legittimità a chi ci ha sanzionato. E per questo spesso chi viene punito, a sua volta, può decidere di punire il «punitore». Quando negli esperimenti si inserisce anche questo scenario vediamo che i risultati cambiano radicalmente. La paura della contro-punizione riduce la disponibilità a punire i free rider e questi saranno liberi di comportarsi da opportunisti e, così, di logorare la spinta cooperativa tra gli altri membri del gruppo. La rabbia è un’emozione potente, difficile da governare. Metterla al centro di un sistema di regolazione sociale può essere molto delicato perché la stessa emozione può anche ritorcersi contro chi la sperimenta. Alcuni studi recenti si sono concentrati proprio su questa valenza potenzialmente distruttiva della «punizione altruistica». Cosa succederebbe, infatti, se punizione e contro-punizione non fossero limitate, ma potessero susseguirsi, come spesso accade in realtà, sfociando in un circolo vizioso di vendette? Daniel Zizzo, Nikos Nikiforakis, Dirk Engelmann, Charles Noussair e Francesco Guala sono solo alcuni degli economisti comportamentali e filosofi che si sono occupati del tema e che hanno documentato nei loro esperimenti la nascita di vere e proprie «faide» tra i partecipanti.








