Lavorare, cooperare e «farcela»: perché è più facile con chi ci assomiglia
Gli studi sulla cooperazione mostrano che l’identità è un fattore chiave per il successo. Una lezione di cui far tesoro in azienda e in politiica
di Vittorio Pelligra
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I punti chiave
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Saper fare le cose insieme, cooperare per un fine comune, coordinare le nostre azioni in vista del raggiungimento di un obiettivo che individualmente non saremo in grado di ottenere sono alcune delle caratteristiche che contraddistinguono gruppi e comunità di successo. Nei precedenti appuntamenti con Mind the Economy abbiamo visto, attraverso la rassegna di un certo numero di studi sperimentali, in che modo la comunicazione tra i membri del gruppo, la disuguaglianza nei loro redditi e la nostra naturale tendenza alla cooperazione condizionale, possano facilitare o ostacolare l’efficacia dei processi cooperativi.
Nella realtà c’è un ulteriore elemento che determina in maniera cruciale le caratteristiche di un gruppo e, cioè, l’identità. L’identità, infatti, è ciò che mi fa dire «tu sei come me» oppure «tu sei diverso da me». Quale sarà l’effetto di questa presa d’atto sulla nostra disponibilità a cooperare? La questione ha iniziato a suscitare l’interesse degli economisti comportamentali una ventina d’anni fa, molto dopo che gli psicologi sociali avevano iniziato a riflettere sul tema. Henri Tajfel, in particolare, ha posto le basi di questi studi attraverso l’utilizzo del cosiddetto «paradigma dei gruppi minimali».
L’esperimento Klee-Kandinskij
Tajfel scopre quanto è facile plasmare un’identità di gruppo come, per esempio, nel famoso «esperimento di Klee – Kandinskij» attraverso la predilezione per un pittore o l’altro. Piccole differenze di questo tipo sono sufficienti, se enfatizzate nel giusto modo, a generare processi di autopercezione e di differenziazione rispetto agli altri e a modificare la disponibilità a cooperare che, a sua volta, è influenzata dall’identificazione degli altri soggetti come membri del gruppo o come estranei. Uno dei primi esperimenti economici volti ad analizzare il ruolo dell’identità nei processi cooperativi è certamente quello pubblicato da Catherine Eckel e Philip Grossman nel 2005 (Managing diversity by creating team identity, Journal of Economic Behavior and Organization 58, 3, pp. 371–92). Lo scopo principale di Eckel e Grossman era quello di comprendere in che modo identità artificialmente create in laboratorio potessero modificare la propensione alla cooperazione dei membri di un team.
Per indurre il senso di identità vengono utilizzate procedure differenti. Nel primo caso si utilizza un colore. Prima di partecipare al compito di cooperazione vero e proprio – un lavoro di produzione congiunta, molto simile alla produzione volontaria di un bene pubblico - i soggetti venivano assegnati a un certo gruppo contrassegnato da un dato colore. Un colore differente per ogni team che prendeva parte all’esperimento. In un secondo trattamento i soggetti prima di iniziare il loro compito dovevano risolvere una serie di quiz e in base al punteggio ottenuto sarebbero stati assegnati a un certo gruppo. Il terzo trattamento prevedeva prima l’assegnazione casuale ad un gruppo, poi lo svolgimento di un’attività di team-building – la composizione di un puzzle – e poi la partecipazione al gioco vero e proprio. In un quarto trattamento i soggetti risolvevano i puzzle ma, in aggiunta, ricevevano un piccolo incentivo monetario volto a stimolare le scelte cooperative.
Il fattore competizione
L’ultimo trattamento, infine, era simile a quello precedente con l’aggiunta di un elemento di competizione tra i gruppi. I primi trattamenti implementano, nell’espressione degli autori, un senso di identità debole, mentre gli ultimi due un senso di identità forte. I dati dell’esperimento mostrano che questi due elementi identitari hanno un effetto significativo sulla disponibilità dei partecipanti a cooperare che è particolarmente elevata nei trattamenti «forti» e meno pronunciata, invece, nei trattamenti «deboli». Il tema della relazione tra identità e cooperazione è stato approfondito da molti altri studi successivi. L’economista americano Alexander Smith, per esempio, in un lavoro pubblicato nel 2011 (Group composition and conditional cooperation, Journal of Socio-Economics 40, pp. 616–22) si concentra sull’aspetto dell’omogeneità e dell’eterogeneità dei gruppi.







