Disgrazia di Vaavu

Tragedia nella grotta Dekunu Kandu: le cause della morte dei sub italiani alle Maldive

Il recupero dei corpi e l’indagine in corso rivelano come errori di percorso e limiti tecnici abbiano causato la morte di cinque subacquei italiani nel 2026

di Enrico Bronzo

Immagine pubblicata sul profilo Facebook di Dan Europe, prima foto della grotta nell'atollo di Vaavu nelle Maldive dopo la tragedia del 14 maggio 2026 (22 maggio 2026) ANSA

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Le bombole, le attrezzature, il corridoio sbagliato. Conclusa la missione di recupero anche dei corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddeenino e Federico Gualtieri, dopo quello di Gianluca Benedetti, si ha un quadro più chiaro della tragedia di Dekunu Kandu, nell’atollo di Vaavu alle Maldive, del 14 maggio 2026.

Sarà l’inchiesta aperta dalla procura di Roma a provare a unire i punti: elementi in più arriveranno dagli esiti delle autopsie dei cinque sub morti, in programma lunedì dall’analisi dell’attrezzatura che avevano nell’immersione (muta, bombole, telecamera go-pro, luci, computer, ecc) e dei telefonini, pc, chiavette, hard disk, che avevano lasciato sulla Duke of York.

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Questi ultimi oggetti sono stati già riportati in Italia da uno dei colleghi della professoressa Montefalcone e sono stati sequestrati dalla squadra mobile di Genova. Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist si sono immersi oggi 22 naggio per il quarto e ultimo giorno.

Sono entrati di nuovo nella grotta per raccogliere tutto il materiale lasciato nei giorni precedenti. Sono quindi stati sentiti dalle autorità maldiviane che stanno indagando. La loro testimonianza potrebbe anche essere acquisita dai magistrati romani.

Dal profilo Facebook di Dan Europe

Difficile prevedere se alla fine emergeranno responsabilità.

Da quanto emerso finora, la tragedia sembrerebbe determinata da una sottovalutazione dei rischi dell’escursione in quella che Laura Marroni, la ceo di Dan Europe, l’organizzazione che ha inviato il team di recupero, definisce parlando con l’Ansa “una grotta complessa e profonda, la cui penetrazione richiede esperienza e attrezzatura adeguata”.

Una grotta che verosimilmente non si poteva visitare in tutta la sua ampiezza, due ampie camere divise da uno stretto corridoio di 30 metri, con addosso bombole di 12 litri come quelle che avevano i 5 italiani. Nella seconda camera la grotta scende fino a 60 metri.

“A quelle profondità - spiega Marroni - si ha un’autonomia di 10-12 minuti con quel tipo di bombole”.

I cinque italiani, dopo la caverna esterna, quella collegata col mare, hanno imboccato il corridoio - largo tre metri, alto circa un metro e mezzo e lungo 30 - e sono entrati nella seconda camera.

Qui probabilmente hanno tentato di tornare indietro per lo stesso corridoio il cui ingresso però, per un effetto ottico causato anche dalla sabbia presente, visto dall’ambiente più basso non sembra una via di uscita; ne hanno quindi imboccato un altro a sinistra.

E’ stata la scelta fatale: si trattava infatti di un cunicolo chiuso dal quale i 4 non sono più riusciti a tornare indietro (la guida, Gianluca Benedetti, era stata trovata nel primo ambiente, forse era riuscito a trovare la via giusta ma troppo tardi).

Lì, uno vicino all’altro, li ha trovati il team di subspeleologi della Dan.

Che per tentare il recupero si erano muniti di equipaggiamenti ben più ’pesanti’: dal rebreather, sistema che consente di stare sott’acqua oltre 5 ore, agli scooter subacquei, alla sagola, il filo d’Arianna da fissare sulle pareti della grotta e fondamentale per trovare la via d’uscita. Non è chiaro se la spedizione italiana lo avesse.

I sub finlandesi hanno trovato sagole - cima usata nelle attività di salvataggio - le pareti ma potrebbero essere state fissate dai sub maldiviani che si sono immersi per recuperare i corpi prima di loro (è uno è anche morto).

Laura Marroni non si sbilancia su un’eventuale sottovalutazione dei rischi da parte dei cinque italiani, ma mette in guardia dal fenomeno dell’“overconfidence”.

ùSi tratta dell’eccesso di sicurezza che le persone più esperte a volte hanno e che li porta a non considerare adeguatamente i pericoli di quello che stanno facendo.

Risposte più precise si avranno dall’inchiesta della procura di Roma che avrà in mano tutti gli elementi - comprese le testimonianze delle altre persone che si trovavano sulla Duke of York - per ricostruire la dinamica di quello che accaduto.

Risposte che non allevieranno il dolore delle famiglie.

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