Lusso

Lvmh e Kering lontane dai massimi degli ultimi anni

La normalizzazione della domanda, la debolezza delle vendite ai turisti cinesi e le politiche di rialzo dei costi pesano sui titoli in Borsa

FILE PHOTO: A model presents a creation by designer and musician Pharrell Williams as part of his Menswear Spring-Summer 2027 collection show for fashion house Louis Vuitton during Men's Fashion Week in Paris, France, June 23, 2026. REUTERS/Gonzalo Fuentes/File Photo REUTERS

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I fasti in Borsa del 2023 sembrano ormai un ricordo lontano per Lvmh. Allora il titolo del colosso del gruppo si era laureato come il maggiore per capitalizzazione in Europa, quando il 24 aprile di quell’anno superò, prima azienda europea nella storia, i 500 miliardi di dollari di valutazione con un titolo che valeva 900 euro per azione (contro i 406 attuali). Questa settimana, invece, il gruppo che fa capo alla famiglia Arnault è scivolato anche fuori dalla top10 europea, lasciando il posto a L’Oreal, con una capitalizzazione che si aggira attorno ai 200 miliardi di euro. Stesso discorso per il competitor di sempre: Kering, che aveva raggiunto nel luglio 2021 i 798 euro ad azione, ora viaggia poco sotto i 240 euro. Per Hèrmes i massimo sono più recenti: nel febbraio 2025 ha sfiorato i 2.750 euro ad azione, mentre ieri ai corsi di Borsa segnava quota 1.382 euro.

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I venti contrari

A pesare sulle quotazioni del comparto, secondo gli analisti, sono diversi fattori concomitanti a partire dalla normalizzazione della domanda, che aveva raggiunto livelli elevati nel post Covid, alla difficile ripresa degli acquisti della clientela cinese al di fuori dei confini nazionali, a causa delle misure più strette decise dal governo in tema di viaggi internazionali. Mediobanca, in un report, esprime il timore che un’eventuale riduzione prolungata del turismo cinese transfrontaliero possa rappresentare un ulteriore ostacolo per la domanda di beni di lusso, soprattutto per i marchi con una significativa esposizione alle vendite legate al turismo in Europa, Corea del Sud e Giappone.

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Non mancano poi le riflessioni sulla politica dei prezzi, adottata dai più importanti brand, che ha visto scaricare sul consumatore finale l’incremento dei costi, dalle materie prime all’energia. «Gli elevati aumenti di prezzo post-pandemia aggravano una situazione già difficile. Un’economia in via di sviluppo a forma di K e la crescente polarizzazione dei consumatori hanno indebolito la “massa di consumatori di beni di lusso”» evidenziano da Bernstein, portando ad esempio il caso Chanel, le cui nuove borse lisce costano meno dei classici modelli trapuntati. Nella stessa direzione di sta muovendo Gucci del gruppo Kering, mentre, come evidenzia Bernstein, il marchio di punta di Lvmh, Louis Vuitton, fino a oggi si è mostrato riluttante ad adeguare i prezzi d’ingresso.

Primo semestre 2026 di stabilizzazione

Se si guarda ai trimestri passati di quest’anno il lusso ha provato a lasciarsi alle spalle la fase più difficile del ciclo. Nel primo semestre 2026 i ricavi del settore sono tornati a crescere dello 0,6%, dopo il calo del 12,4% registrato nello stesso periodo del 2025. La ripresa interessa sia i personal luxury goods, in aumento dello 0,9%, sia gli altri comparti, tra cui furniture & houseware, luxury hotels, private jets, ristoranti, auto di lusso e yacht, cresciuti dello 0,4%. Il dato, secondo il report “Global Fashion & Luxury Private Equity and Investors Survey 2026” di Deloitte, potrebbe segnare la fine della fase di contrazione e l’avvio di una stabilizzazione, dopo un 2025 chiuso con vendite complessivamente in calo del 2,4% e un margine operativo lordo (Ebitda) in diminuzione del 9,5%. Una stabilizzazione che potrebbe tornare ad attirare anche gli appetiti dei fondi chiusi. «Il settore del fashion & luxury – sottolinea Elio Milantoni, senior partner M&A di Deloitte Advisory – si dimostra un mercato di grande interesse per gli investitori, con il 75% dei fondi di private equity intenzionato a investire nel comparto nel 2026, a conferma del rinnovato interesse e della fiducia degli investitori. Il comparto cosmetic & fragrances si afferma il più attrattivo per gli investitori, mentre cresce l’attenzione verso la ristorazione. Le operazioni di maggioranza restano la modalità di investimento preferita (73%), pur a fronte di una crescente apertura alle partecipazioni di minoranza (+9 p.p. vs 2025). n questo scenario, la creazione di valore sarà trainata principalmente dalla crescita dei ricavi, dalle strategie di buy-and-build e consolidamento M&A, e dall’espansione internazionale, confermando un approccio sempre più orientato alla crescita e alla valorizzazione del potenziale strategico degli asset».

I dati dell’M&A del settore lusso

Il consolidamento resta uno dei motori del mercato. Nel 2025 il Fashion & Luxury ha registrato 345 operazioni M&A, il 3,6% in più rispetto alle 333 dell’anno precedente. I personal luxury goods hanno totalizzato 145 deal, in crescita dell’8,2% e pari al 42% del totale. Il valore medio delle transazioni è stato di 297 milioni di dollari, mentre quello dei personal luxury goods è sceso a 339 milioni, con una flessione del 16,5%. Gli strategic investor hanno rappresentato il 59% dei bidder, mentre i financial investor il 41%. Nel dettaglio, private equity e venture capital hanno pesato per il 19%, family office e private individual per il 12% e financial services per il 9%. La maggiore concentrazione riguarda oggi target di medie dimensioni, con ricavi tra 50 e 250 milioni di dollari, che hanno rappresentato il 42% delle operazioni. Nel primo semestre 2026 i deal sono stati 152, in calo del 6,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.

«La crescente polarizzazione del mercato sta orientando in modo significativo le strategie di M&A nel settore del lusso - dichiara Federico Bazzani, partner di Deloitte Advisory -. Nel personal luxury goods solo il 49% delle aziende registra una crescita, mentre nei segmenti esperienziali questa quota sale al 71%, confermando il progressivo spostamento della domanda dal prodotto all’esperienza. Un ulteriore aspetto strategico è il mix geografico: mentre Europa e Nord America rimangono le destinazioni preferite (rispettivamente 59% e 21%), gli investitori stanno diversificando verso mercati con maggiore potenziale di crescita domestica. Secondo, il mercato del second-hand non è più una nicchia ma un vettore di crescita strategico – il 50% dei consumatori lo controlla prima di acquistare nuovo, e il mercato dovrebbe crescere 2-3 volte più velocemente del first-hand. Infine, gli investitori stanno favorendo un approccio equilibrato tra brand del lusso puri e settori complementari (52%), riconoscendo che il valore futuro risiede nella capacità di offrire ecosistemi integrati piuttosto che singoli prodotti».

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