Oltre l’Homo economicus. Perché ci serve una teoria migliore per sviluppare politiche più efficaci?
di Vittorio Pelligra
9' di lettura
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La teoria economica «ha studiato una moltitudine di meccanismi che possono essere utilizzati per indurre i lavoratori ad agire nell'interesse dei loro datori di lavoro. Questi includono il cottimo, le opzioni, i bonus discrezionali, la partecipazione ai profitti, i salari di efficienza, le compensazioni differite, e molti altri». Prendergast, C., «The provision of incentives in firms». Journal of Economic Literature 37, pp. 7–63, 1999, p. 7). «Spingere i lavoratori ad agire nell'interesse dei loro datori di lavoro», scrive l'economista di Chicago Canice Prendergast a proposito degli incentivi.
Abbiamo già affrontato altre volte il tema dell'azzardo morale nell'ambito di una relazione tra lavoratore e datore di lavoro e di come si possano usare i cosiddetti contratti incentivanti per tentare di allineare interessi altrimenti conflittuali. Abbiamo anche visto come la presenza di asimmetria informativa e il rischio di azzardo morale producano problemi rilevanti, in particolare, nella forma di una inefficiente condivisione del rischio tra lavoratore e datore di lavoro.
Quella dei contratti incentivanti è dunque una soluzione di «second best», non la migliore possibile, certamente peggiore di quella che si potrebbe ottenere in assenza di asimmetria informativa. Questa soluzione, però, non è problematica solamente perché caratterizzata da inefficienze, ma perché molte volte non funziona. Perché, a volte, gli incentivi producono risultati contrari rispetto a quelli attesi; hanno dei costi nascosti, stravolgono le motivazioni individuali, hanno un impatto negativo sul carattere delle persone.
Se la teoria economica si fonda su premesse deboli
Tutti effetti non previsti dalla teoria eppure tangibili e rilevanti. Il problema nasce perché troppo spesso ancora la teoria economica si fonda su premesse deboli, su un'idea di agente ipersemplificata, su un'immagine di persona perfino caricaturale. Non sto affermando che le assunzioni di comportamento autointeressato e di razionalità che stanno al cuore della microeconomia moderna siano fattualmente errate. Questo è certo, ma non sarebbe, in sé, un problema.
Tutte le teorie scientifiche adottano modelli costruiti su assunzioni semplificatrici. Il premio Nobel Milton Friedman, nei suoi lavori metodologici, si spingeva fino ad affermare che una teoria fondata su assunzioni irrealistiche è perfino migliore di un'altra fondata su assunzioni più complesse e realistiche, perché la prima, al contrario della seconda, spiega molto partendo da poco. Il problema, dunque, non sono tanto le assunzioni, quanto le conclusioni e le implicazioni di queste assunzioni.








