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Per gli obiettivi del Piano casa è necessaria una filiera più forte

Cruciale sarà la struttura produttiva: imprese e manodopera qualificata

di Francesca Zirnstein*

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L’iniziativa del governo di affrontare l’emergenza abitativa con un approccio di sistema è un passo fondamentale. La crescente difficoltà di accesso alla casa per lavoratori, studenti e giovani, che non si trovano in condizioni da accedere né all’edilizia pubblica né ai costi di mercato, rischia di allontanare una parte di cittadini. Il Piano si rivolge quindi, oltre che a nuclei familiari e individui fragili, anche a questa “fascia grigia”, che concorre alla tenuta sociale ed economica delle città.

Il contesto è quello di un mercato residenziale che presenta da tempo una carenza strutturale di nuova offerta: le compravendite di abitazioni nuove rappresentano meno del 10%. A questo si aggiungono per il settore delle costruzioni una contrazione degli investimenti nell’abitativo (-15,5% nel 2025), e un rallentamento dei permessi di costruire.

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La filiera

In questa prospettiva, il primo elemento da valutare, oltre alla coerenza con gli obiettivi sociali, è la compatibilità tra volumi attesi e capacità della filiera. Senza un rafforzamento della struttura produttiva, in termini di imprese, manodopera qualificata, capitale e continuità di pipeline, il rischio è che il limite non sia solo nella disponibilità di risorse, ma nella possibilità concreta di trasformarle in cantieri e abitazioni.

Fondamentale è la conoscenza delle diverse dinamiche sociali, economiche e urbane della Penisola nonché la mappatura dello stock immobiliare pubblico per individuare unità e compendi prioritari.

I capitali privati e il fisco

Il disegno del coinvolgimento di capitali privati è ambizioso, ma l’impostazione solleva alcuni interrogativi. Concentrarsi su operazioni di grande scala, con soglie d’investimento molto elevate e un’attenzione specifica per i capitali esteri, rischia di escludere una parte significativa degli operatori domestici. Il punto più delicato per la sostenibilità dei programmi riguarda la combinazione tra quota di edilizia convenzionata e livello di sconto.

L’altra variabile cruciale è la componente fiscale, poco presente nell’impianto del decreto. Senza un intervento su questo piano, il rischio è che le misure autorizzative e regolatorie non siano sufficienti a generare il salto dimensionale atteso. L’industria immobiliare sta già scontando i rallentamenti legati all’incertezza normativa e al progressivo calo dei permessi di costruire e sente la carenza di certezza temporale e giuridica che è precondizione per gli investitori istituzionali.

La rigenerazione immobiliare

Infine, la rigenerazione del patrimonio, pubblico e privato, rimane il campo su cui si concentra il maggior potenziale. La presenza diffusa di immobili dismessi, degradati o sottoutilizzati offre margini importanti per nuove funzioni residenziali. I processi di rigenerazione urbana e riqualificazione edilizia costituiscono una grande opportunità per dare risposta alla richiesta abitativa e nasconde un potenziale di oltre 550 miliardi di investimenti su circa 270 milioni di mq. Per attivare questa risorsa serve un quadro stabile, regole urbanistiche rinnovate, tempi autorizzativi certi e una strategia di lungo periodo sulla casa.

*Direttore generale Scenari Immobiliari

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