Le voci degli operatori

Più risorse e strategie personalizzate per un reintegro efficace dei detenuti

Occorre incentivare anche l’iter di reinserimento di chi sconta misure alternative al carcere

di Camilla Curcio

IMAGOECONOMICA

4' di lettura

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Se il reintegro sociale e la recidiva zero passano evidentemente da percorsi di reinserimento che fanno leva su istruzione, formazione e lavoro, nella realtà dei fatti c’è ancora molta strada da fare per tradurre i buoni propositi in progettualità efficaci.

«In Italia siamo purtroppo molto indietro perché il carcere riesce ancora a fare concretamente poco», spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio dell’associazione Antigone sulle condizioni dei detenuti. «Rispetto alla formazione professionale, ad esempio, i numeri sono modesti e le iniziative disomogenee: a volte sono strutturate in base alle disponibilità del territorio, quindi restituiscono una spendibilità maggiore. Ma spesso non accade e il ritorno è esiguo».

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Riguardo, invece, all’avvio al lavoro, legato quindi alle opportunità che, dalle stanze del carcere, possono poi convertirsi per i detenuti in chance più o meno stabili una volta scontata la pena, il quadro si fa più variegato. Gli attori in gioco sono diversi, come diverso è l’output.

«Se mettiamo da parte la grande massa del lavoro penitenziario, che resta poco qualificante ed è per lo più concepito come una forma di welfare, ci sono poi altre opportunità, ad esempio alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, dalla fabbricazione di mobili al confezionamento di scarpe per il personale di polizia», aggiunge Scandurra, «che sì restano sempre nell’ordine dei piccoli numeri ma formano le persone a un lavoro vero e con un’occupabilità effettiva».

Il contrasto più ampio si nota, forse, tra l’opera delle cooperative sociali e quella degli imprenditori privati. Ma più che un problema di intenzioni, per Scandurra, a ostacolare la riuscita di molti progetti proposti dalle imprese sono burocrazia e intoppi di logistica.

«Mentre le cooperative sociali costruiscono percorsi all’interno del carcere che riescono poi a portare con successo anche fuori, avvalendosi ad esempio degli aiuti della legge Smuraglia e al netto di un inserimento sul mercato del lavoro che rimane molto mediato, gli imprenditori privati hanno difficoltà concrete nell’importare in carcere il modus operandi dell’impresa e far sì che chi è coinvolto, a fine pena, possa lavorare con profitto. Questo resta il tema su cui si insiste a più riprese ma i risultati non soddisfano: a oggi, su circa 62mila detenuti sono solo 250 quelli occupati da aziende. La buona volontà, purtroppo, non compensa le difficoltà operative».

Per sciogliere i nodi, serve operare in più direzioni. Una delle soluzioni, ad esempio, sarebbe implementare il lavoro da remoto, con benefit anche per la formazione e in linea con le richieste del mercato. E poi puntare sugli investimenti, strutturando strategie costruite «attorno ai bisogni della persona, allineandoli a quelli della rete».

Più risorse all’istruzione

Sul fronte dei progetti scolastici, la situazione sembra meno critica ma è sempre un work in progress. Restano, comunque, una risorsa essenziale, soprattutto per i detenuti giovani.

«L’istruzione rimane uno strumento di potente emancipazione e contribuisce al reinserimento di detenuti ed ex detenuti in società», sottolinea Emidio Musacchio, responsabile del polo di Porto Valtravaglia della Fondazione Asilo Mariuccia. «Nelle carceri sono stati implementati vari programmi, dall’alfabetizzazione base ai corsi universitari, ma ci sono ancora sfide significative da affrontare, come la necessità di risorse economiche, l’accesso a tecnologie moderne e il supporto post detenzione. Occorre, in questo senso, migliorare la collaborazione tra sistema penitenziario, istituzioni educative e non profit. Garantendo a tutti un accesso equo, anche con programmi di tutoraggio e sviluppo personalizzato utili a facilitare la transizione verso la vita fuori dal carcere».

Le misure alternative

In questo quadro, accendere un faro sul reintegro di chi sconta misure alternative alla detenzione è quanto mai necessario. Seppure in Italia, nel 2024, siano state rilevate oltre 90mila persone in detenzione domiciliare o in semilibertà (quindi più dei detenuti incarcerati), il reinserimento non è così semplice. Perché, se da un lato, il lavoro di volontari, Onlus e imprese fa la differenza, dall’altro le norme non aiutano gli imprenditori.

«Le pene alternative esistono e vanno considerate», sottolinea Adriano Moraglio, presidente dell’associazione La goccia di Lube che, con il progetto inclusivo Impresa accogliente finanziato dalla Regione Piemonte, nell’ultimo anno, ha messo a segno 23 inserimenti lavorativi su 90 tra Torino e dintorni.

«Chi si trova a scontare queste misure è “meno tutelato” rispetto a chi è dentro: si parla perlopiù di soggetti svantaggiati e con bassa scolarità che, se non supportati a dovere, non riescono a mantenersi», conclude Moraglio. «Se vogliamo puntare davvero alla recidiva zero, dobbiamo partire da loro. Poi sicuramente aggiornare la legge Smuraglia, che a oggi non garantisce incentivi ad aziende che assumono lavoratori in misura alternativa e per i beneficiari prevede un iter tutt’altro che snello. E, infine, attivare un’opera di sensibilizzazione che agisca sulle mentalità e contribuisca a sradicare il pregiudizio, coinvolgendo tutti i tasselli del puzzle e aiutando attivamente persone che, altrimenti, rischiano di portarsi dietro un marchio a vita».

Il ruolo del Terzo settore

II ruolo del Terzo settore resta decisivo nel reinserimento. Diversi sono stati, negli anni, i progetti attivati e gestiti da fondazioni e associazioni non profit. A partire, ad esempio, dal già citato Impresa accogliente: la prima edizione ha contato sull’appoggio dell’Uiepe (Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Torino), del centro di giustizia minorile, di datoriali, agenzie per il lavoro e imprese. «Un esempio virtuoso di sinergia tra pubblico, non profit e imprenditoria», precisa Antonella Giordano, direttore dell’Uiepe Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. «L’obiettivo resta quello di dare attuazione alla pena ma tendendo a restituire dignità al condannato e a favorire la riparazione sociale». Numerose sono state anche le iniziative della Fondazione Asilo Mariuccia: dai laboratori di educazione al lavoro utili a motivare e stimolare i ragazzi al progetto Un porto nuovo per ampliare l’offerta di servizi nel polo di Porto Valtravaglia, con cinque laboratori (cucina, panetteria, informatica, manutenzioni e carpenteria navale). Fino alla prossima apertura del polo sportivo.

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