Più risorse e strategie personalizzate per un reintegro efficace dei detenuti
Occorre incentivare anche l’iter di reinserimento di chi sconta misure alternative al carcere
4' di lettura
4' di lettura
Se il reintegro sociale e la recidiva zero passano evidentemente da percorsi di reinserimento che fanno leva su istruzione, formazione e lavoro, nella realtà dei fatti c’è ancora molta strada da fare per tradurre i buoni propositi in progettualità efficaci.
«In Italia siamo purtroppo molto indietro perché il carcere riesce ancora a fare concretamente poco», spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio dell’associazione Antigone sulle condizioni dei detenuti. «Rispetto alla formazione professionale, ad esempio, i numeri sono modesti e le iniziative disomogenee: a volte sono strutturate in base alle disponibilità del territorio, quindi restituiscono una spendibilità maggiore. Ma spesso non accade e il ritorno è esiguo».
Riguardo, invece, all’avvio al lavoro, legato quindi alle opportunità che, dalle stanze del carcere, possono poi convertirsi per i detenuti in chance più o meno stabili una volta scontata la pena, il quadro si fa più variegato. Gli attori in gioco sono diversi, come diverso è l’output.
«Se mettiamo da parte la grande massa del lavoro penitenziario, che resta poco qualificante ed è per lo più concepito come una forma di welfare, ci sono poi altre opportunità, ad esempio alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, dalla fabbricazione di mobili al confezionamento di scarpe per il personale di polizia», aggiunge Scandurra, «che sì restano sempre nell’ordine dei piccoli numeri ma formano le persone a un lavoro vero e con un’occupabilità effettiva».
Il contrasto più ampio si nota, forse, tra l’opera delle cooperative sociali e quella degli imprenditori privati. Ma più che un problema di intenzioni, per Scandurra, a ostacolare la riuscita di molti progetti proposti dalle imprese sono burocrazia e intoppi di logistica.







