Ponte Morandi, 6 anni fa la tragedia che costò la vita a 43 persone
Dal processo, ancora in corso, emergono le responsabilità di chi aveva in mano la gestione del ponte. Il ruolo di Autostrade per l’Italia e dei vertici del gruppo Benetton (che ne erano azionisti attraverso Atlantia)
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I punti chiave
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Erano le 11,36 del 14 agosto 2018 quando, in una vigilia di Ferragosto in cui Genova era sferzata da una pioggia battente, improvvisamente, con un boato, la pila 9 del viadotto sul Polcevera, costruito dall’ingegner Riccardo Morandi (1902-1989) e inaugurato nel 1967, crollò portando con sé 250 metri circa di carreggiata.
Il ponte è caduto giù come fosse di carta, sotto lo sguardo attonito di tutte le persone che, per caso, stavano guardando in quella direzione, molte delle quali sono riuscite perfino a filmare le fasi del crollo, perché stavano registrando col cellulare la pioggi e i fulmini sulle campate del viadotto. Una tragedia che ha spento, in un attimo, l’esistenza di 43 persone.
Da quel momento Genova non è stata più la stessa. Quel viadotto, considerato un esempio di grande architettura, e chiamato, quasi con affetto, il ponte di Brooklyn, dai cittadini, è diventato all’improvviso il tragico modello di tutto quanto in Italia non funziona.
Manutenzioni sotto accusa
Il crollo del ponte ha determinato la chiusura al traffico del raccordo fra le autostrade A7 e A10, e di numerose strade sottostanti, oltre che della linea ferroviaria di collegamento col porto di Genova, nonché la necessità di evacuare, per motivi precauzionali, 566 persone residenti. Ma, soprattutto, è finita sotto accusa la gestione dell’infrastruttura da parte del concessionario, Autostrade per l’Italia, e della sua controllata Spea, incaricata di seguire le manutenzioni del viadotto.
Mentre Genova, sotto la guida di due commissari straordinari nominati dal Governo - l’allora presidente della Regione, Giovanni Toti, designato per l’emergenza, e il sindaco, Marco Bucci, designato per la ricostruzione - cercava di capire come rimettersi in piedi in fretta, Aspi, e il suo intero management finivano sotto indagine e poi rinviati giudizio: 59 persone fra le quali l’ad, dimissionario, Giovanni Castellucci. I reati contestati ai soggetti coinvolti sono, a vario titolo, omicidio stradale, omicidio colposo plurimo, falso, attentato alla sicurezza dei trasporti e rimozione dolosa dei dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro.








