Intervista

Portolano: «Ad oggi l’Italia ha fornito all’Ucraina armi e mezzi per oltre tre miliardi»

Verso il via libera del Consiglio dei ministri al dodicesimo pacchetto di aiuti. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa: «Ci faremo trovare pronti nella fase post conflitto»

di Andrea Carli

Il generale Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa

7' di lettura

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Dopo un braccio di ferro tutto interno alla maggioranza, parallelo a quello sulla manovra, con la Lega in pressing per frenare ulteriori aiuti militari a Kiev e FdI e Fi impegnati a mantenere la barra ben dritta nella rotta fin qui seguita di appoggio convinto a Volodymyr Zelensky, si avvia al capolinea il decreto legge che proroga di un anno l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore dell’Ucraina. Si delineano i margini per qualche concessione al Carroccio, con una formula che include anche aiuti destinati alla popolazione civile, e si parla anche di un riferimento nel preambolo ai negoziati in corso, ma la sostanza del provvedimento che approderà domani sul tavolo del Consiglio dei ministri non cambierà rispetto ai decreti che in questi quattro anni hanno permesso di inviare dodici pacchetti di rifornimenti. Il generale Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, sa bene quali sono allo stato attuale i rapporti di forza tra ucraini e russi, ed è consapevole del contributo che l’Italia può e vuole dare per il raggiungimento di un cessate il fuoco e della pace.

Generale, su quali sistemi d’arma l’Italia punta per sostenere gli ucraini, nello scontro contro i russi? Nel caso in cui si dovesse raggiungere un cessate il fuoco e dovesse delinearsi una missione sotto l’ombrello Onu, l’Italia sarebbe pronta a fornire il suo contributo? 

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La Difesa italiana continua a fornire supporto su base bilaterale all’Ucraina mediante la fornitura di materiali, mezzi ed equipaggiamenti militari autorizzati dagli 11 decreti interministeriali, per un valore complessivo di oltre 3 miliardi di euro. Come sa c’è il 12mo decreto in discussione. Circa un possibile contributo italiano nella fase post conflitto sarà cura dell’Autorità politica stabilire i tempi e i modi in cui l’Italia eventualmente parteciperà. Noi ci faremo trovare pronti.

Parlando di Ucraina e Russia, condivide le parole dell’ammiraglio Cavo Dragone in merito a una “guerra preventiva” contro Mosca? Il presidente del Comitato militare della Nato nell’intervista a FT parlava di Cybersicurezza.

Nelle sue recenti dichiarazioni, il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha ribadito la costante minaccia che la Russia rappresenta per i Paesi membri dell’Alleanza. L’Ammiraglio Cavo Dragone ha fatto riferimento alla postura della Nato nel campo della cyber sicurezza, ma ci sono tantissime altre attività ascrivibili alla cosiddetta guerra ibrida, che investono gli ambienti fisico, virtuale e cognitivo, quello della disinformazione e della manipolazione delle informazioni.

Ritiene corretto il monito del Segretario generale della Nato che ha detto che l’Alleanza Atlantica è “il prossimo obiettivo della Russia” e che i Paesi membri devono adottare “una mentalità di guerra”? 

Viviamo un’epoca in cui i confini dei conflitti sono sfumati e gli attacchi possono colpire infrastrutture critiche, reti di comunicazione e sistemi cibernetici già in tempo di pace. Non si tratta di evocare scenari inverosimili, ma di riconoscere, senza inutili allarmismi, con responsabilità e obiettività, che la cosiddetta funzione difesa non è più confinata ai teatri di operazioni, ma coinvolge direttamente i cittadini, chiamati a sentirsi parte attiva della sicurezza collettiva. Essere pronti a reagire e a sostenere gli alleati richiede impegno costante e preparazione: questa è la nostra missione.

Generale, lei ha sottolineato la necessità di evitare approcci di contingenza e frammentati. Ritiene che questa strategia sia concretamente realizzabile, considerate anche la difficoltà che l’Europa incontra nello sviluppare il progetto di un esercito europeo?

Come ho illustrato recentemente nell’audizione alle Commissioni Difesa riunite di Camera e Senato, con il Documento Programmatico Pluriennale 2025-27 il Dicastero ha definito gli obiettivi e le capacità prioritarie da sviluppare e tradurre in risultati concreti. Non è un semplice elenco di programmi, ma un processo di adattamento e di trasformazione che orienta modelli organizzativi, investimenti e tecnologie.

Qualche esempio?

L’approccio della Difesa, orientato al multidominio e al superamento delle asimmetrie tecnologiche, prevede investimenti mirati in tutti i settori. Solo per fare degli esempi: 426 milioni per i sistemi spaziali (Sicral 3 e sorveglianza orbitale), 3.53 miliardi per la modernizzazione terrestre, 2.53 miliardi per i mezzi marittimi, 4.55 miliardi per quelli aerei. Al macro-settore del comando e controllo, digitalizzazione e infostrutture, sono destinati 1.14 miliardi, alla Ricerca e Sviluppo 340 milioni, al patrimonio infrastrutturale 1.32 miliardi. La voce più rilevante, 5.44 miliardi, riguarda il mantenimento delle condizioni operative delle Forze Armate, l’architrave della sostenibilità dello strumento militare.

Il ministro Crosetto ha sottolineato la necessità di allineare i tempi del sistema industriale agli obiettivi della sicurezza nazionale. Che conseguenze determina questo scostamento? Ci può fare dei casi concreti? 

L’ambizioso piano di recupero capacitivo delle Forze Armate, dopo un lungo periodo di disinvestimento, porta con sé la necessità di rafforzare la base industriale della difesa, aumentando la capacità produttiva nazionale, ricostituendo linee di produzione essenziali – come quelle relative alla nitrocellulosa e nitroglicerina – e modernizzando gli stabilimenti dell’Agenzia Industrie Difesa. È uno sforzo diretto a garantire autonomia strategica, resilienza logistica e continuità delle forniture, condizioni indispensabili per sostenere operazioni prolungate e per ridurre la dipendenza da filiere estere in settori sensibili.

Nodo organici: secondo il Ministro Crosetto le Forze Armate oggi non sono pienamente attrezzate per garantire un livello adeguato di protezione e deterrenza. Si parla di 160mila effettivi, dei quali 10-15mila nuove unità da formare nell’ambito delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza artificiale contro la guerra ibrida già in corso: di questi cinquemila servirebbero solo nell’ambito cyber, più le nuove forme di riserva. Qual è la sua opinione in merito?

Gli organici devono essere commisurati alle capacità militari da esprimere. In questa prospettiva, la Legge di Bilancio 2026 prevede un primo incremento di 10mila unità. A ciò si aggiunge il concetto di forze in riserva, articolate in due componenti: “operativa in servizio o in congedo” e “volontaria su base specialistica e territoriale”. L’obiettivo è riequilibrare le dotazioni organiche in tutti i settori, in particolare, in questo momento storico, in quello della cyber sicurezza, valorizzando le competenze umane, vero centro di gravità della Difesa. L’incremento degli organici sarà il risultato di un processo sistematico, che prenderà in esame le esigenze complessive derivanti dalla difesa del territorio e degli interessi vitali e strategici dell’Italia e dagli impegni assunti in ambito Alleanza Atlantica e Unione Europea.

 

Generale Portolano, il tema di come e in che tempi rafforzare e ammodernare le nostre forze armate (come quelle dei Ventisette) campeggia da mesi. Quali sono, a suo giudizio, le principali vulnerabilità italiane a cui allude spesse il ministro Guido Crosetto e come ovviarvi?

I recenti conflitti in Ucraina e Medio Oriente evidenziano la necessità di garantire sostenibilità della risposta convenzionale, disponibilità di armamenti, prontezza delle forze ed evoluzione tecnologica. In tale contesto, la Difesa ha avviato un ampio processo di ammodernamento e rinnovamento delle Forze Armate per assicurare prontezza operativa e una capacità di deterrenza efficace. La Pianificazione Generale Interforze 2025, concepita come living document, individua programmi e risorse da sviluppare secondo tre driver capacitivi: il Piano Militare di Difesa Nazionale; gli impegni assunti dal Paese con la Nato; i compiti istituzionali previsti per legge. L’Europa ha bisogno del tempo tecnico per organizzare una difesa efficace, che si traduce nella necessità di investire anche in capacità strategiche finora garantite dagli Stati Uniti (difesa aerea e antimissile, tiro di precisione a lunga gittata, trasporto strategico, intelligence militare, assetti spaziali di varia tipologia).

Come si concilia la strategia di rafforzamento degli organici con il processo di dismissione delle caserme?

Il piano di dismissione delle infrastrutture non più utili ai fini istituzionali deve essere in linea con le previsioni della Pianificazione Generale Interforze, risultando coerente con i nuovi scenari, le minacce emergenti e i possibili adeguamenti degli organici. Il piano si muove in parallelo, con un processo di riqualificazione del patrimonio immobiliare militare, che punta a garantire maggiore efficienza e sostenibilità, con l’obiettivo aggiuntivo di generare risorse economiche, utili al sistema Paese.

Secondo il Ministro, “È necessario che i militari impiegati in Strade sicure possano con calma nel tempo, concordandolo con gli altri ministeri, tornare in prospettiva a fare il loro lavoro, oggi più che mai indispensabile”. È d’accordo? 

Sin dall’inizio del mio mandato di Capo di Stato Maggiore della Difesa ho evidenziato che le nuove minacce e i mutamenti del contesto di sicurezza globale impongono una riforma della Difesa e un aumento del personale militare. Tutto ciò auspicherebbe che i circa 6500 militari oggi impiegati per “Strade Sicure” per il presidio del territorio, in supporto delle Forze di Polizia, tornassero al loro ruolo primario.

Il decreto missioni di fine aprile ha previsto l’istituzione di una forza ad alta e ad altissima prontezza operativa. Con una consistenza massima pari a 2.867 unità ed una composizione degli assetti che si configura in 359 mezzi terrestri, 4 mezzi navali, 15 mezzi aerei, sarà impiegata in ambito Nato. A che punto è la predisposizione di questa squadra? 

Le Forze da lei menzionate rappresentano un pacchetto di capacità ad alta e altissima prontezza operativa, che ho fortemente sostenuto fossero specificamente previste nello strumento autorizzativo che disciplina le missioni internazionali, affinché la risposta al verificarsi di crisi o situazioni di emergenza potesse – sempre sotto il controllo politico – avvenire il più rapidamente ed efficacemente possibile. Fra esse rientra soprattutto il contributo italiano alla Allied Reaction Force, forza strategica multinazionale ad alta prontezza della Nato, che dal 2023 è imperniata sul NATO Rapid Deployable Corps Italy, con sede in Solbiate Olona (VA) e su altri pregiati assetti a elevato contenuto tecnologico, che rappresentano il fiore all’occhiello delle Forze Armate per capacità, professionalità ed esperienza, maturate in anni di addestramento e impegni operativi con i principali Paesi dell’Alleanza. Quindi, non soltanto siamo pronti a operare e ci esercitiamo costantemente a farlo, ma siamo fra i principali e più attivi contributori alla sicurezza collettiva.

Di recente lei è stato in Arabia Saudita, dove ha incontrato, tra gli altri, il suo omologo, il Generale Fayyadh bin Hamed Al-Ruwaily. Che tipo di collaborazione c’è in atto e potrebbe ulteriormente svilupparsi con Riyad? In quali campi? Il paese arabo ha espresso interesse ad entrare nel Gcap, il progetto del caccia di sesta generazione, cosa ci può dire al riguardo?

Nell’incontro col mio omologo saudita ho registrato l’importanza che la controparte pone nella cooperazione militare tra i nostri Paesi, nonché la volontà condivisa di rafforzare la collaborazione nel settore dell’intelligence e la condivisione delle informazioni tra partner affidabili. In ambito di cooperazione industriale, abbiamo effettuato una ricognizione complessiva delle attività d’interesse, concordando di proseguire il lavoro congiunto per rafforzare la cooperazione nei settori operativo e industriale.Per quanto attiene al Global Combat Air Programme (GCAP), occorre ricordare le parole che la premier Giorgia Meloni ha rilasciato a gennaio di quest’anno. La Presidente del Consiglio, infatti, ha ricordato come questi accordi tra stati in materia di difesa siano questioni estremamente delicate, che coinvolgono molteplici priorità ed interessi strategici.

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