Pride, sponsor in calo: l’effetto Trump arriva anche in Italia
Le multinazionali frenano sulle politiche DE&I e le sponsorizzazioni ai Pride rallentano
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Il Pride Month si è appena concluso, ma dietro le immagini delle piazze piene e dei carri colorati si nasconde un cambiamento meno visibile: il modo in cui vengono finanziate le manifestazioni per i diritti Lgbtq+. La stretta dell’amministrazione Trump sulle politiche di Diversity, Equity & Inclusion (DE&I), il ridimensionamento dei programmi federali e il crescente clima di polarizzazione negli Stati Uniti stanno producendo effetti anche dall’altra parte dell’Atlantico. Non tanto nella partecipazione alle manifestazioni, quanto nelle strategie delle aziende che le sostengono.
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In Europa il quadro è più variegato: Vienna ha perso sponsor storici e ha subito un taglio di quasi il 50% dei contributi pubblici comunali; Sofia ha visto dimezzarsi il budget, mentre ad Atene le risorse ridotte hanno costretto gli organizzatori a ridimensionare il numero degli eventi collaterali. In Spagna, invece, il forte sostegno delle istituzioni ha finora limitato gli effetti della ritirata di alcune aziende.
In Italia il fenomeno è meno marcato, ma gli organizzatori dei due principali Pride del Paese confermano che qualcosa è cambiato.
«La campagna contro le politiche di Diversity & Inclusion promossa da Donald Trump e, più in generale, dall’attuale amministrazione statunitense, ha avuto un impatto globale sulle linee di finanziamento provenienti dal settore privato a favore delle organizzazioni non profit», spiega Roberto Muzzetta, vicepresidente del CIG Arcigay Milano. «Nell’ambito LGBTQIA+ gli effetti si sono fatti sentire soprattutto sui Pride di maggiori dimensioni, in particolare negli Stati Uniti, dove molti eventi disponevano di budget multimilionari sostenuti dalle grandi aziende.»
Per il Milano Pride, tuttavia, l’impatto è rimasto contenuto. «In Italia il ricorso alle sponsorizzazioni aziendali, anche da parte delle multinazionali, è un fenomeno relativamente recente e complessivamente meno rilevante rispetto ad altri Paesi. Per questo motivo la contrazione è stata più limitata: stimiamo una riduzione dei contributi intorno al 20%.»


