Quanti padri fondatori ha l’economia? Due, e si chiamano entrambi Adam Smith
Dalla sympathy al self-interest, il dibattito tra gli studiosi sulla compatibilità delle concezioni della natura umana avanzate dall’economista nelle sue opere
di Vittorio Pelligra
8' di lettura
8' di lettura
“Per quanto [l'uomo] possa esser supposto egoista, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo inducono a interessarsi alla sorte altrui e gli rendono necessaria l'altrui felicità, sebbene egli non ne ricavi alcunché, eccetto il piacere di constatarla”. Abbiamo più volte ricordato questo importante passaggio de La Teoria dei Sentimenti Morali pubblicata da Adam Smith nel 1759. L'abbiamo fatto per sottolineare come anche colui che è convenzionalmente considerato il padre fondatore dell'economia moderna, con la sua La Ricchezza delle Nazioni, fosse convinto della naturale prosocialità degli esseri umani. L'interpretazione congiunta delle due opere principali di Smith, la prima più filosofica e la seconda economica, è sempre stata problematica.
Durante la seconda metà del diciannovesimo secolo, per esempio, in Germania si sviluppò un importante dibattito intorno al cosiddetto Das Adam Smith Problem (il “problema Adam Smith”). Un dibattito sorto tra gli studiosi dell'epoca relativamente alla compatibilità delle concezioni della natura umana avanzate da Smith nelle due opere. Nella Teoria dei Sentimenti Morali Smith dedica, infatti, grande importanza al tema della sympathy mentre ne La Ricchezza delle Nazioni, il concetto principe è quello del self-interest, dell'interesse personale. Si ricorderà il famoso passaggio “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”. È interessante notare che Smith ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a rifinire e perfezionare la sua opera filosofica rinunciando, al contempo, a pubblicare una nuova edizione del suo trattato economico. Questo fatto non è irrilevante, soprattutto considerando che in ambito economico La Teoria dei Sentimenti Morali è stata messa in ombra da La Ricchezza delle Nazioni e quasi dimenticata. John Galbraith, per esempio, parla dell'opera filosofica di Smith come di “un'opera ora ampiamente dimenticata e in gran parte antecedente al suo interesse per l’economia politica”.
George Stigler, analogamente indica il concetto di “autointeresse” come “il gioiello della corona” dell'opera economica di Smith che “divenne, e rimane ancora oggi, il fondamento della teoria dell'allocazione delle risorse”. Questa sottovalutazione dell'opera filosofica del genio scozzese ha fatto in modo che il concetto di “autointeresse” venisse assunto all'interno della disciplina economica privato del tutto del suo contesto etico. Ma, come abbiamo iniziato a vedere nella precedente puntata di “Mind the Economy”, teorie che ignorano aspetti importanti del comportamento e che poi vanno ad informare pratiche organizzative e politiche pubbliche rischiano di portare alla distruzione di quegli stessi aspetti fondamentali e definitori del nostro essere “umani”. Quali sono, allora, questi “principi della nostra natura che ci inducono a interessarci alla sorte altrui e ci rendono necessaria l'altrui felicità” di cui parla Smith?
Abbiamo già discusso il tema dell'altruismo cosiddetto “puro” e di quello definito “impuro”. Abbiamo già visto come, comunemente, il destino degli altri non ci è affatto indifferente e come, potendolo fare con un costo non troppo elevato, siamo tutti, in genere, disposti ad aiutare gli altri non solo per il semplice piacere di constatare la loro felicità, come scrive Smith, ma, e questo è il punto dell'altruismo “impuro”, per il piacere di sapere che siamo stati noi, con una nostra libera scelta, benché costosa, ad esercitare un impatto positivo sul benessere di qualcun altro.
Questa capacità di non rimanere indifferenti al destino altrui è una delle caratteristiche che più ci rende autenticamente umani. E la condivisione del punto di vista dell'altro, delle sue sofferenze e difficoltà è la molla che ci spinge all'aiuto. Anche qui Smith sembra averci visto giusto. Il brano sulla felicità altrui che abbiamo citato in apertura, infatti, continua in questo modo “Attraverso l'immaginazione poniamo noi stessi nella sua situazione (…) e diventiamo in qualche misura la stessa persona e così ci formiamo un'idea delle sue sensazioni e anche sentiamo, anche se in misura minore, qualcosa di non dissimile da quello che sente lui”. Ecco la “simpatia” in azione. In quanto agenti individuali, sostiene Smith, non siamo in grado di avere esperienza diretta di ciò che gli altri provano e sentono, ma nondimeno abbiamo la capacità naturale di un “sentire comune”, che egli definisce fellow feelings, cioè a dire, la capacità di immaginare noi stessi come soggetti delle situazioni vissute dagli altri e in questo modo, indirettamente, provare le loro stesse sensazioni. “Simpatizzare” con qualcuno, nel senso smithiano, quindi, non vuol dire tanto immaginare cosa io proverei in una data situazione, quanto piuttosto cosa il soggetto con cui sto simpatizzando proverebbe in quella stessa situazione. L'estensione di tale facoltà immaginativa rappresenta la base della nostra capacità di autocoscienza, prodotta dalla nostra propensione a guardare noi stessi attraverso gli occhi degli altri.







