Guerra

Shahed, cosa sono e come funzionano i droni dell’Iran

Velivoli a basso costo difficili da intercettare: stanno mettendo in crisi i più sofisticati sistemi di difesa aerea

Gli Shahed, droni strumento principe della controffensiva dell’Iran a Israele e Stati Uniti

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Shahed in persiano significa «testimone». E nel linguaggio religioso sciita è una parola che viene associata al martirio. Uno shahed è un martire. Un kamikaze. Per questo i droni iraniani si chiamano così. Perché sono velivoli kamikaze: vengono lanciati verso un obiettivo e detonano all’impatto. Negli ultimi anni sono diventati uno degli strumenti militari più efficaci sviluppati dall’Iran.

E oggi, in questa nuova guerra, sono protagonisti assoluti della controffensiva di Teheran.

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Il modello più diffuso è lo Shahed-136. È lungo circa 3,5 metri, ha un’apertura alare di poco superiore ai 2 metri e pesa meno di 200 chili, quanto una moto di media cilindrata. La particolarità è nella testata, che contiene solitamente 40-50 chili di esplosivo. Uno Shahed-136, una volta impostate le coordinate GPS prima di farlo decollare, può colpire obiettivi fino a 2mila chilometri di distanza. E spesso li colpisce senza interferenze.

Vola a velocità piuttosto basse, rispetto a un missile. Si muove lentamente, spesso a bassa quota, con un piccolo motore a elica. Il suo suono è quello caratteristico dei droni (la parola drone in inglese significa ronzio). Sì, un ronzio continuo, che in Ucraina ha portato molti soldati a chiamarlo «motorino volante».

Il punto decisivo però è il costo. Perché gli Shahed costano quanto un’utilitaria.

Secondo analisi citate dal Guardian, uno di questi droni può costare tra 20mila e 50mila dollari per essere prodotto. E il controsenso risiede nella difesa. Perché le contraeree americane e israeliane, e quelli del Paesi del Golfo, stanno spesso usando sistemi di difesa aerea fatti di missili intercettori che possono costare oltre due milioni di dollari per ogni lancio. I Patriot.

Gli analisti della Reuters hanno spiegato più volte questo squilibrio: per distruggere un drone relativamente economico, un paese può essere costretto a usare un’arma decine di volte più costosa.

È un rapporto economico che in ambito militare viene definito cost-exchange ratio. Ed è uno dei motivi per cui questi droni stanno cambiando la guerra.

Un altro elemento a favore degli Shahed è la quantità. Secondo analisi militari citate dal Guardian, l’Iran è in grado di produrre centinaia di droni al giorno e di lanciarne molti contemporaneamente, creando quello che i militari chiamano effetto sciame. Gli Ayatollah ne avrebbero circa 80mila a disposizione, anche grazie all’aiuto della produzione russa.

Per questo, oggi, la logica dell’Iran sembra già svelata: saturare le difese del nemico per rendere questo conflitto meno sbilanciato. Anche se gran parte dei droni viene intercettata, basta che una piccola percentuale riesca a passare per colpire infrastrutture o installazioni militari.

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Negli ultimi anni questa strategia è stata utilizzata in diversi teatri. La Russia ha impiegato gli Shahed nella guerra in Ucraina per colpire infrastrutture energetiche e città.

Negli ultimi giorni le cronache parlano di centinaia di droni sono stati lanciati anche verso diversi obiettivi nel Golfo.

C’è poi un aspetto operativo che rende questi sistemi difficili da neutralizzare.

Gli Shahed non hanno bisogno di piste di decollo o basi aeree. Possono essere lanciati da rampe montate su camion o piattaforme mobili. Questo significa che i sistemi di lancio possono essere spostati continuamente, rendendo molto più difficile individuare e distruggere gli arsenali prima degli attacchi.

Il risultato è che un sistema relativamente economico riesce a mettere sotto pressione anche difese aeree molto sofisticate.

Per questo molti analisti oggi considerano gli Shahed la vera arma strategica dell’Iran. E questo nonostante non siano droni tecnologicamente avanzati.

La soluzione, per Stati Uniti e Israele, potrebbe però arrivare dall’Ucraina. Kiev ha dovuto imparare a sopravvivere agli Shahed (forniti dall’Iran alla Russia) sin dal 2022, e infatti negli anni ha sviluppato droni intercettori, piccoli velivoli guidati da operatori che inseguono i droni nemici e li distruggono in volo. Molti di questi sistemi sono basati su tecnologia FPV, la stessa usata nei droni civili da gara.

Il loro costo è molto più basso: alcune migliaia di dollari, secondo diverse analisi citate da Reuters. E l’idea di fondo è quella di contrastare sciami di droni economici con sistemi altrettanto economici. L’Ucraina si è già proposta di fornire questi droni agli Usa. In cambio di qualche partriot.

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