Passaggi di consegne

Sta finendo la missione anti Isis, parte la retata contro gli «iraniani» in Iraq

L’operazione anticorruzione “Dawn strike” inguaia parlamentari e un ex vice ministro. La strada giudiziaria appoggiata dagli Usa in chiave anti Teheran guarda al momento cruciale per Bagdad. Il 30 settembre, quando la coalizione internazionale a cui partecipa Roma dovrà chiudere i battenti, si aprirà un momento delicatissimo per le risorse energetiche. Ecco perché tutto ciò interessa al nostro Paese

Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi interviene al vertice commerciale USA-Iraq presso la Camera di commercio degli Stati Uniti a Washington.  (Foto AP/Rod Lamkey, Jr./APN)

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Quarantasette arresti in una notte. Oltre 370 chili d’oro sequestrati in un solo caso. Centotrenta milioni di dollari in contanti trovati nascosti in bottiglie di plastica, dentro muri, in un pozzo di scolo delle acque piovane.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

I numeri dell’operazione anticorruzione lanciata a Baghdad alla fine di giugno raccontano una storia irachena. Che impatta, però, sullo scenario energetico del Mediterraneo.

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Poco dopo la mezzanotte del 28 giugno, reparti delle forze antiterrorismo irachene hanno circondato la Green Zone di Baghdad con mandati giudiziari in mano. Nelle 72 ore successive il numero degli arrestati è salito da un primo nucleo di sette persone fino a superare, secondo alcune fonti di sicurezza, i 60, con più di 16 parlamentari coinvolti e l’immunità revocata attraverso una procedura d’urgenza durante la pausa legislativa.

Dietro l’operazione, ribattezzata “Dawn strike”, c’è la confessione dell’ex viceministro del Petrolio Adnan al-Jumaili, arrestato a maggio: nel solo suo fascicolo gli inquirenti hanno tracciato oltre 127 miliardi di dinari, quasi 100 milioni di dollari, oltre a 24 milioni in contanti, immobili, veicoli e gioielli d’oro.

Il primo ministro Ali al-Zaidi, 41enne uomo d’affari senza tessera di partito arrivato al potere a maggio, ha fatto della lotta alla corruzione il perno del suo mandato — un mandato arrivato con la benedizione di Washington. Numerosi analisti iracheni sono intervenuti sui media locali spiegando che l’operazione può servire a creare una frattura con il passato. E soprattutto a congelare le attività sotto copertura delle fazioni pro Iran. Paese dal quale proveniva la maggior parte dei flussi energetici di oro nero.

Le relazioni

Prima ancora dell’incarico formale ricevuto da Donald Trump il 31 maggio, l’inviato speciale americano Tom Barrack aveva già concentrato i rapporti di Washington con Baghdad su un principale interlocutore istituzionale: il giudice Faiq Zaidan, presidente del consiglio giudiziario supremo iracheno, considerato da anni il vero “kingmaker” della politica di Bagdad.

Il modello — liste di nomi legati a reti finanziarie sospette, consegnate attraverso un canale unico anziché disperse tra più interlocutori politici — è lo stesso che un’analisi accurata della regione dovrebbe riconoscere come tipico di una fase in cui le grandi potenze preferiscono contare su un solo nodo di potere piuttosto che su un intero sistema di alleanze.

Il calendario è serrato: entro il 30 settembre, data coincidente con la fine della missione della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq, tutte le fazioni armate legate all’Iran dovranno consegnare le armi allo Stato.

Alcune, come Asaib Ahl al-Haq, hanno già annunciato la resa delle armi. Altre, come Kataib Hezbollah, condizionano il disarmo al ritiro totale delle truppe americane. Se quella scadenza dovesse saltare, l’instabilità irachena non resterebbe confinata alla Mesopotamia.

Bassora

Perché dovrebbe interessare un lettore italiano quello che succede in un pozzo di scolo a Bassora? La risposta è nel sottosuolo, non nella metafora.

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Dal 2009 la compagnia italiana Eni sviluppa il giacimento di Zubair, nel sud dell’Iraq, con una quota del 41,56% accanto ai partner coreani e alla compagnia statale irachena. Zubair oggi vale quasi il 9% della produzione petrolifera nazionale irachena, ed Eni ha annunciato nel 2026 un ulteriore aumento della produzione rispetto ai due anni precedenti.

Nella colazione internazionale anti Isis, l’Italia ha dato molto. Ha avuto un ruolo importante e di peso. Dunque anche per noi sarà fondamentale monitorare che cosa potrà accadere a partire da ottobre. Ci sono le risorse del sottosuolo. Ci sono le influenze iraniane che si cerca di limare. Ci sono le influenze turche che, in questo momento, sembrano agire indisturbate.

Ovviamente, un Iraq instabile, frammentato da conflitti tra fazioni armate e reti di potere legate a Teheran, è un rischio diretto anche per gli interessi industriali italiani nel Golfo. Un Iraq che consolida lo Stato di diritto — o che almeno prova a farlo, con tutte le ambiguità del caso — è una notizia che riguarda tutti noi, in senso positivo.

Le incognite

Se l’operazione “Dawn strike” dovesse riuscire davvero a incrinare le reti di potere che da vent’anni gestiscono il denaro pubblico iracheno, o se si limiterà a ridistribuirlo tra nuovi attori, è una domanda che nessuno a Bagdad può ancora sciogliere. Di certo da qui a fine settembre vale la pena accendere un faro.

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