I negoziati

Teheran: con gli Usa accordo sui principi per il programma nucleare

di Roberto Bongiorni

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La buona notizia, quella incoraggiante, è che Iran e Stati Uniti avrebbero raggiunto un’intesa sui principi fondamentali per provare a raggiungere un nuovo accordo sul programma nucleare. Almeno così ha reso noto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Quella meno buona è che questi principi fondamentali sembrano avere ancora forme e gerarchie diverse a seconda di chi li interpreta. Sono quindi ancora approssimativi.

Il secondo round di negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti, tenutosi ieri a Ginevra e mediato dall’Oman, sembra aver sventato la minaccia di un’imminente operazione militare americana in Iran, nonostante il Pentagono continui a inviare nuove forze aeree nella regione (ieri altri 50 aerei da combattimento).

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Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran si rivedranno per un terzo round di negoziati. La data e la località sono ancora da definire.

Da scaltro diplomatico qual è, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha posto l’accento sui progressi e messo in ombra i punti critici: «Abbiamo potuto raggiungere un ampio accordo su un insieme di principi guida, sulla base dei quali avanzeremo e inizieremo a lavorare sul testo di un potenziale accordo», ha dichiarato alla televisione di Stato, definendo la nuova sessione di colloqui «più costruttiva» rispetto a quella del 6 febbraio in Oman. «Questo non significa che raggiungeremo presto un accordo», ha dichiarato, «ma il percorso è iniziato».

Gli equilibrismi diplomatici del ministro iraniano trovano tuttavia nei fatti sul terreno uno scoglio difficile da aggirare. Le parti sono ancora arroccate sulle reciproche posizioni, fatte di condizioni non negoziabili. Quelle degli Stati Uniti, i cui funzionari ieri hanno parlato ancora di diversi punti di distanza, erano sostanzialmente tre, e sembrano esserlo ancora tutt’oggi (tutte da incorporare nei negoziati): la probabile rinuncia dell’Iran al processo di arricchimento dell’uranio – se proprio l’Iran vorrà sviluppare energia nucleare, dovrà importare minerale arricchito –; un importante ridimensionamento del suo programma balistico e del suo arsenale di missili a lungo raggio; la rinuncia a portare avanti il sostegno finanziario e politico alle milizie regionali sciite filo-iraniane, altrimenti conosciute come “Asse della resistenza”.

L’Iran, per conto suo, ne ha altre due: il suo programma balistico non si tocca. Ancora meno le sue relazioni con le milizie alleate oltre confine. Il nucleare, però, sì, ma a determinate condizioni. Teheran non rinuncerà al processo di arricchimento dell’uranio, a suo avviso volto allo sviluppo di energia nucleare a fini civili, considerato un diritto legittimo che non può essere messo in discussione. Lo ha precisato la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, con un tweet su X: «Gli americani dicono: “Negoziamo sulla vostra energia nucleare, e il risultato della negoziazione dovrebbe essere che non avrete questa energia!”. Se così è, non c’è spazio per la negoziazione».

Più degli Stati Uniti, i diplomatici iraniani hanno insistito nel voler includere, con un ruolo crescente, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, già presente ieri a Ginevra con il suo direttore Rafael Grossi, e hanno invitato gli ispettori dell’Aiea a controllare i siti nucleari. Iran e Stati Uniti lavoreranno su bozze che saranno successivamente scambiate ed esaminate.

Vi sono molti punti di disaccordo. L’Iran chiede immediatamente la fine delle sanzioni. Gli Stati Uniti preferiscono invece rimuoverle gradualmente e a risultati accertati. L’Iran è disposto a consegnare parte delle scorte di uranio arricchito al 60% (gradazione molto pericolosa); gli Stati Uniti vedono di cattivo occhio qualsiasi scorta, anche a un limite inferiore al 3,67% (limite fissato nel vecchio accordo del 2015).

Se sul tavolo diplomatico le due parti vogliono ostentare buona volontà, su quello bellico continuano, peraltro con crescente intensità, le minacce dei leader. Khamenei ha precisato che l’Iran dispone di armi potenti, capaci di colpire la grande flotta americana schierata nelle acque mediorientali. I Guardiani della Rivoluzione hanno temporaneamente chiuso alcune parti dello Stretto di Hormuz per poche ore in connessione con un’esercitazione militare. «Siamo pronti a chiudere lo Stretto di Hormuz in qualsiasi momento» se arriverà un ordine in tal senso, ha avvertito il comandante dei Pasdaran, Alireza Tangsiri.

Iran e Stati Uniti sembrano intenzionati a proseguire i negoziati, ma lo sono altrettanto a farsi trovare pronti per la guerra.

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