Transizione di genere: in Italia l’accesso dipende ancora dal luogo di residenza
Nel Paese ci sono centri altamente specializzati per i percorsi di affermazione di genere, ma manca una rete nazionale strutturata secondo l’Iss
di Ilaria Potenza
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I punti chiave
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Per una persona transgender che decide oggi di intraprendere un percorso di affermazione di genere in Italia, il primo ostacolo può essere geografico prima ancora che clinico. Nel nostro Servizio sanitario nazionale non esiste infatti una rete strutturata di servizi dedicati al quesito clinico in questione. Sono attivi invece centri nati grazie all’iniziativa di singole équipe multidisciplinari, distribuiti in modo eterogeneo sul territorio e caratterizzati da modalità organizzative differenti.
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Negli ultimi anni la domanda di presa in carico dei pazienti è cresciuta, mentre l’offerta pubblica continua a concentrarsi su un numero limitato di strutture specialistiche adeguate alla loro accoglienza. È quanto emerge dalla mappatura dei centri realizzata dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che delinea il profilo delle principali realtà attualmente in funzione. Tra queste rientrano il Careggi a Firenze, il Cidigem di Torino, la Sapienza e il Policlinico Gemelli a Roma, oltre a strutture universitarie e ospedaliere presenti a Padova, Bologna e Bari. Si tratta di unità che nel tempo hanno costruito équipe multidisciplinari in grado di integrare competenze endocrinologiche, psicologiche, psichiatriche, ginecologiche, urologiche e chirurgiche, secondo gli standard clinici oggi riconosciuti a livello internazionale.
Il percorso di presa in carico
Nello specifico, la fase iniziale della presa in carico è generalmente affidata a un inquadramento utile alla definizione del bisogno di salute e alla stabilizzazione del cammino di cura dei pazienti. Segue la valutazione endocrinologica, che consente l’eventuale avvio della terapia ormonale affermativa, con monitoraggi periodici dei parametri metabolici, ormonali e cardiovascolari. E in una parte dei casi il percorso prosegue con interventi chirurgici, che possono includere procedure sul torace o sugli organi genitali. La distribuzione territoriale di questi servizi però non è omogenea. Dalla rilevazione dell’Iss emerge che alcuni centri garantiscono una presa in carico multidisciplinare completa, mentre altri offrono soltanto singole prestazioni specialistiche o consulenze mirate. In molte aree del Paese inoltre, soprattutto al di fuori dei principali poli universitari, l’accesso ai percorsi richiede spostamenti significativi, alimentando fenomeni di mobilità sanitaria che raramente emergono nelle statistiche ufficiali ma che rappresentano una componente strutturale dell’esperienza di molti utenti.
Le differenze diventano poi particolarmente evidenti osservando i tempi di accesso ai servizi. I dati pubblicati nelle schede dei centri censiti dall’Iss mostrano una notevole variabilità già nella fase iniziale della presa in carico. Al Policlinico Gemelli di Roma l’accesso alla prestazione psicologica e psicoterapeutica viene indicato in circa quindici giorni, mentre le consulenze endocrinologiche richiedono mediamente un mese. Al San Raffaele di Milano le attese dichiarate oscillano tra quindici e trenta giorni per le principali valutazioni multidisciplinari. Il centro “6ComeSei” della Sapienza di Roma indica circa ventotto giorni per l’avvio del percorso psicologico. In altre realtà, tuttavia, le attese risultano sensibilmente più lunghe. Presso Careggi, uno dei principali punti di riferimento nazionali, la presa in carico psicologica può richiedere fino a cinque mesi, mentre quelle endocrinologia e psichiatria si attestano intorno ai due mesi e alcune consulenze genetiche possono persino richiedere tre mesi per l’erogazione.
Il percorso in Italia
La variabilità non riguarda soltanto le liste d’attesa. Cambiano anche la composizione delle équipe, il livello di integrazione tra le diverse professionalità e le modalità con cui il paziente viene accompagnato lungo il percorso. Nei centri più strutturati la presa in carico si sviluppa attraverso un approccio multidisciplinare consolidato che coinvolge psicologi, psicoterapeuti, endocrinologi, genetisti, ginecologi, urologi, sessuologi e, quando necessario, specialisti della medicina della riproduzione. In altre realtà il percorso risulta più frammentato e richiede il coinvolgimento di servizi diversi non sempre coordinati tra loro. Questa differenza organizzativa può incidere non soltanto sui tempi, ma anche sulla continuità dell’assistenza e sulla capacità di accompagnare il paziente nelle diverse fasi del percorso clinico.
