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Transizione di genere: in Italia l’accesso dipende ancora dal luogo di residenza

Nel Paese ci sono centri altamente specializzati per i percorsi di affermazione di genere, ma manca una rete nazionale strutturata secondo l’Iss

di Ilaria Potenza

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A member of the LGBTQ+ community holds a placard during the LGBTQ+ Pride parade in Athens, Greece, June 13, 2026. REUTERS/Louiza Vradi REUTERS

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Per una persona transgender che decide oggi di intraprendere un percorso di affermazione di genere in Italia, il primo ostacolo può essere geografico prima ancora che clinico. Nel nostro Servizio sanitario nazionale non esiste infatti una rete strutturata di servizi dedicati al quesito clinico in questione. Sono attivi invece centri nati grazie all’iniziativa di singole équipe multidisciplinari, distribuiti in modo eterogeneo sul territorio e caratterizzati da modalità organizzative differenti.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Negli ultimi anni la domanda di presa in carico dei pazienti è cresciuta, mentre l’offerta pubblica continua a concentrarsi su un numero limitato di strutture specialistiche adeguate alla loro accoglienza. È quanto emerge dalla mappatura dei centri realizzata dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che delinea il profilo delle principali realtà attualmente in funzione. Tra queste rientrano il Careggi a Firenze, il Cidigem di Torino, la Sapienza e il Policlinico Gemelli a Roma, oltre a strutture universitarie e ospedaliere presenti a Padova, Bologna e Bari. Si tratta di unità che nel tempo hanno costruito équipe multidisciplinari in grado di integrare competenze endocrinologiche, psicologiche, psichiatriche, ginecologiche, urologiche e chirurgiche, secondo gli standard clinici oggi riconosciuti a livello internazionale.

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Il percorso di presa in carico

Nello specifico, la fase iniziale della presa in carico è generalmente affidata a un inquadramento utile alla definizione del bisogno di salute e alla stabilizzazione del cammino di cura dei pazienti. Segue la valutazione endocrinologica, che consente l’eventuale avvio della terapia ormonale affermativa, con monitoraggi periodici dei parametri metabolici, ormonali e cardiovascolari. E in una parte dei casi il percorso prosegue con interventi chirurgici, che possono includere procedure sul torace o sugli organi genitali. La distribuzione territoriale di questi servizi però non è omogenea. Dalla rilevazione dell’Iss emerge che alcuni centri garantiscono una presa in carico multidisciplinare completa, mentre altri offrono soltanto singole prestazioni specialistiche o consulenze mirate. In molte aree del Paese inoltre, soprattutto al di fuori dei principali poli universitari, l’accesso ai percorsi richiede spostamenti significativi, alimentando fenomeni di mobilità sanitaria che raramente emergono nelle statistiche ufficiali ma che rappresentano una componente strutturale dell’esperienza di molti utenti.

Le differenze diventano poi particolarmente evidenti osservando i tempi di accesso ai servizi. I dati pubblicati nelle schede dei centri censiti dall’Iss mostrano una notevole variabilità già nella fase iniziale della presa in carico. Al Policlinico Gemelli di Roma l’accesso alla prestazione psicologica e psicoterapeutica viene indicato in circa quindici giorni, mentre le consulenze endocrinologiche richiedono mediamente un mese. Al San Raffaele di Milano le attese dichiarate oscillano tra quindici e trenta giorni per le principali valutazioni multidisciplinari. Il centro “6ComeSei” della Sapienza di Roma indica circa ventotto giorni per l’avvio del percorso psicologico. In altre realtà, tuttavia, le attese risultano sensibilmente più lunghe. Presso Careggi, uno dei principali punti di riferimento nazionali, la presa in carico psicologica può richiedere fino a cinque mesi, mentre quelle endocrinologia e psichiatria si attestano intorno ai due mesi e alcune consulenze genetiche possono persino richiedere tre mesi per l’erogazione.

Il percorso in Italia

La variabilità non riguarda soltanto le liste d’attesa. Cambiano anche la composizione delle équipe, il livello di integrazione tra le diverse professionalità e le modalità con cui il paziente viene accompagnato lungo il percorso. Nei centri più strutturati la presa in carico si sviluppa attraverso un approccio multidisciplinare consolidato che coinvolge psicologi, psicoterapeuti, endocrinologi, genetisti, ginecologi, urologi, sessuologi e, quando necessario, specialisti della medicina della riproduzione. In altre realtà il percorso risulta più frammentato e richiede il coinvolgimento di servizi diversi non sempre coordinati tra loro. Questa differenza organizzativa può incidere non soltanto sui tempi, ma anche sulla continuità dell’assistenza e sulla capacità di accompagnare il paziente nelle diverse fasi del percorso clinico.

Sul piano economico, invece, le prestazioni vengono generalmente erogate nell’ambito del Servizio sanitario nazionale e sono soggette al pagamento del ticket secondo le regole regionali vigenti, salvo eventuali esenzioni. Tuttavia il costo diretto delle visite rappresenta soltanto una parte dell’onere complessivo sostenuto dagli utenti. Per chi vive lontano dai principali centri specializzati, la necessità di spostarsi comporta spese aggiuntive legate ai trasporti, ai pernottamenti e alle giornate di lavoro perse. A queste si aggiunge, in molti casi, il ricorso a prestazioni private per abbreviare i tempi di attesa o accedere più rapidamente a figure professionali specializzate. Si tratta di costi difficili da quantificare a livello nazionale ma che contribuiscono a rendere meno uniforme l’accesso effettivo alle cure.

Disuguaglianze territoriali e limiti dei dati

La fotografia restituita dall’Iss mostra dunque un sistema che ha sviluppato competenze cliniche avanzate ma che continua a presentare elementi di frammentazione organizzativa. Da un lato esistono centri di eccellenza riconosciuti, capaci di offrire percorsi articolati e multidisciplinari. Dall’altro permane una forte dipendenza dalle risorse e dalle scelte organizzative dei singoli territori. È una caratteristica che riflette, in parte, le differenze storiche del regionalismo sanitario italiano, ma che assume particolare rilevanza in un ambito ad alta specializzazione come quello dell’affermazione di genere. Occorre però ricordare che la fotografia riportata dall’Iss è parziale. Mancano infatti dati nazionali completi e omogenei che permettano di descrivere in modo sistematico i volumi reali di accesso, gli esiti clinici e la durata complessiva dei percorsi di affermazione di genere. Le informazioni disponibili derivano soprattutto dalla mappatura dei singoli centri e da rilevazioni organizzative, che appaiono in ogni caso lacunose e che non consentono ancora una lettura pienamente standardizzata del fenomeno.

Nel frattempo il sistema delle competenze continua comunque a crescere. L’Istituto superiore di sanità segnala di aver formato circa dieci mila operatori sanitari nell’ambito delle attività dedicate alle persone transgender e ai percorsi correlati. Un dato che testimonia un investimento significativo nella formazione professionale e nella diffusione delle conoscenze cliniche. La crescita delle competenze, tuttavia, procede più rapidamente della costruzione di una rete uniforme di servizi. La distanza tra questi due processi rappresenta oggi una delle principali sfide organizzative per il Servizio sanitario nazionale. Parliamo di uno squilibrio che chiama più in generale in causa uno dei principi cardine del sistema sanitario pubblico, vale a dire la capacità di garantire condizioni di accesso omogenee indipendentemente dal luogo di residenza. Perché oggi la qualità e la rapidità della presa in carico continuano a dipendere in misura significativa dal territorio di provenienza del paziente. E in un sistema universalistico, è una differenza che resta difficile da ignorare.

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