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Treasury, il tasso reale Usa balza ai massimi dal 2008

Cresce l’allerta sui titoli di Stato Usa: il rendimento reale sale al 2,9%

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La settimana finanziaria parte all’insegna dell’avversione al rischio, con i titoli tecnologici nuovamente al centro delle vendite. Il primo segnale è arrivato dalla Corea del Sud, dove il Kospi ha perso quasi il 9%, trascinato dal crollo di SK Hynix (-14%) e dal ridimensionamento delle aspettative sul comparto dell’intelligenza artificiale. La correzione si è rapidamente trasferita a Wall Street: l’indice Sox dei semiconduttori ha ceduto circa il 4%, mentre il Nasdaq ha sottoperformato gli altri listini americani.

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La debolezza ha coinvolto anche il Giappone. Il Nikkei ha perso l’1,92% e si trova circa l’8% sotto i massimi storici di giugno. In controtendenza l’Hang Seng, sostenuto da una rotazione verso il tech cinese, ancora valutato a multipli più contenuti. Anche le Borse europee hanno mostrato una tenuta migliore. Il Ftse Mib ha chiuso in rialzo dello 0,37% a 52.809 punti, favorito dalla forza dei petroliferi.

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Il denaro che va via dal tech non si sta spostando verso il tradizionale alter ego delle azioni, ovvero i titoli di Stato. Le vendite coinvolgono anche il mercato obbligazionario, con i rendimenti in rialzo lungo tutta la curva.

Il Treasury decennale ha raggiunto il 4,6%, una soglia che in passato ha spesso preoccupato l’amministrazione Trump, spingendo il presidente ad ammorbidire i toni sulle diverse escalation, dai dazi alla crisi nello Stretto di Hormuz. Il rendimento del trentennale si è portato a ridosso del 5,1%.

Ancora più significativo è il movimento dei tassi reali. Sulla scadenza a trent’anni il rendimento depurato dalle aspettative di inflazione si avvicina al 2,9%, sui livelli più elevati dal 2008. Quando il costo reale del denaro raggiunge valori simili aumenta la pressione sull’economia: il finanziamento degli investimenti diventa più oneroso, le valutazioni azionarie vengono compresse e crescono le probabilità di un rallentamento del ciclo.

Il rialzo dei rendimenti non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Il Bund decennale tedesco ha superato il 3%, mentre il rendimento del BTp di pari durata è salito al 3,86%, con lo spread a 76 punti base. I bond stanno seguendo il nuovo aumento del petrolio, tornato a incorporare un premio geopolitico dopo la ripresa degli attacchi tra Stati Uniti e Iran.

I traffici nello Stretto di Hormuz continuano a procedere a ritmo ridotto. Nelle ultime ventiquattro ore sarebbero transitate appena 34 navi, pari a circa il 35% della normale capacità. Donald Trump ha annunciato il ripristino del blocco statunitense e ha chiesto un rimborso pari al 20% del valore dei carichi protetti. L’Iran ha risposto rivendicando il controllo del passaggio marittimo.

Il Wti è balzato di circa il 4% verso i 74-75 dollari al barile, mentre il Brent si è avvicinato agli 80 dollari. Il rincaro del greggio alimenta nuovamente i timori sull’inflazione. La benzina negli Stati Uniti costa circa il 50% in più rispetto ai livelli precedenti alla crisi di Hormuz, nonostante il petrolio sia ancora distante dal picco in primavera superiore ai 100 dollari.

Il passaggio decisivo potrebbe arrivare oggi con il dato sull’inflazione statunitense di giugno. Il mercato si attende un rallentamento del tasso generale dal 4,2% al 3,9%. Mercoledì sarà pubblicato l’indice dei prezzi alla produzione, potenzialmente più esposto alle pressioni accumulate a monte della catena produttiva.

Nelle stesse giornate Kevin Warsh terrà le prime audizioni semestrali al Congresso da presidente della Federal Reserve. I mercati cercheranno indicazioni sulla disponibilità della banca centrale a tollerare l’aumento del petrolio e sul rischio di un nuovo rialzo dei tassi. Un’inflazione inferiore alle attese potrebbe allentare la pressione sui Treasury e offrire sostegno alle azioni. Un dato più elevato, accompagnato da un petrolio ancora in accelerazione, rafforzerebbe lo scenario più scomodo: rendimenti reali elevati, multipli azionari sotto pressione e minore spazio di manovra per la Fed.

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Sullo sfondo parte anche la stagione delle trimestrali. Gli analisti stimano per le società dell’S&P 500 una crescita degli utili del 23% nel secondo trimestre. Aspettative così elevate lasciano poco margine per le delusioni.

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