Il discorso

Trump: «Colpiremo duramente l’Iran, lo riporteremo all’età della pietra»

Il presidente Usa promette un’offensiva militare decisiva nelle prossime settimane, con l’obiettivo di riportare l’Iran «all’età della pietra», ma senza chiarire tempi e conseguenze economiche.

di Marco Valsania

Iran, Trump: "Li colpiremo con estrema durezza nelle prossime due o tre settimane"

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Donald Trump ha parlato alla nazione per la prima volta dall’inizio di una guerra che ha scatenato e che ora, dopo un mese, vorrebbe portare a termine molto rapidamente dichiarando vittoria.

Anche perchè gli Stati Uniti, ai quali si è rivolto in diretta televisiva, bocciano lui e la sua guerra all’Iran, affiancata da Israele.

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Ma, in 19 minuti di oratoria, non ha saputo offrire certezze sulla conclusione dell’operazione che ha personalmente battezzato Epic Fury, nè offrire concrete rassicurazioni sui suoi risultati e ripercussioni economiche.

Il presidente ha dipinto scenari rosei: ha affermato che gli obiettivi militari e strategici essenziali «sono stati quasi completamente raggiunti», che il conflitto è «molto vicino» alla fine e che continuerà per altre «due o tre settimane».

In questo periodo gli Stati Uniti «colpiranno molto duramente l’Iran, ricacciandolo all’età della pietra alla quale appartiene».

Ha menzionato la possibilità di trattative con Teheran che diano frutti; in mancanza di un compromesso che ha lasciato indefinito ha però minacciato di distruggere anche centrali e reti elettriche civili, «tutte e probabilmente in modo simultaneo» (e in probabile violazione della Convenzione di Ginevra).

Il rischio di nuove escalation, e i dubbi che settimane possano trasformarsi in mesi, è bastato a spingere nuovamente in rialzo le quotazioni del greggio dopo il discorso, dal quale numerosi operatori e investitori si aspettavano qualcosa di più, maggiori indicazioni e dettagli su tempi e modi del superamento della crisi.

Dura risposta dell'Iran a Trump: aspettatevi attacchi schiaccianti

Il discorso del presidente ha invece offerto assai poco di nuovo. Il suo intervento ha fatto spesso eco, a volte parola per parola, ai tanti post quotidiani della Casa Bianca sui social media.

Le ragioni della guerra sono rimaste invariate: ha citato la lunga storia del sostegno del regime iraniano ad attacchi terroristici e retorica anti-americana e anti-israeliana, e il pericolo che ottenesse un’arma atomica. Entrambi fatti che, secondo l’opposizione, non spiegano perchè fosse necessario attaccare oggi: l’Iran non appariva ancora all’intelligence vicino ad avere ordigni nucleari.

Ha inoltre continuato a riformulare gli obiettivi più concreti della guerra, di fatto ridimensionandoli: la riapertura dello Stretto di Hormuz, oggi in mano a Teheran, sarà un fatto «naturale», una volta terminato il conflitto.

O comunque è compito degli alleati e dei «paesi del mondo», che dovrebbero «trovare tardivo coraggio» e «prendere lo stretto», tanto più che le forze americane hanno già fatto «il lavoro più duro».

Gli Usa «saranno d’aiuto ma loro devono prendere la guida nel proteggere il petrolio dal quale disperatamente dipendono». In precedenza ieri aveva anche minacciato esplicitamente di abbandonare la Nato visto lo scarso supporto ricevuto.

Sulle scorte di uranio arricchito dell’Iran, in passato considerate da recuperare a ogni costo, ha detto che sono sepolte e che «occorreranno mesi agli iraniani per raggiungere la povere nucleare».

Ma questo era già vero prima della guerra, quale esito dei bombardamenti dell’anno scorso. Dimenticato è parso un iniziale piano voluto dallo stesso Trump per impadronirsi delle scorte e che richiederebbe una pericolosa e incerta missione di forze speciale di terra.

Trump ha poi speso la maggior parte del discorso rivendicando una serie di successi senza pari del Pentagono. «Siamo inarrestabili», ha detto, «finora non abbiamo colpito il loro petrolio ma possiamo farlo».

Ha paragonato, positivamente e sfoderando superlativi, i 32 giorni contro l’Iran alle altre ben più protratte guerre del Paese, compresa la Seconda guerra mondiale. Le vittorie sono «mai viste prima», le perdite del nemico «mai così devastanti».

Questo nonostante Teheran rimanga in grado di lanciare rappresaglie con droni e missili sul Medio Oriente.

Trump ha anche promesso vantaggi per l’intero Paese. «Quando sarà finita gli Stati Uniti saranno più grandi e prosperosi» e il mondo «libero dalla sinistra minaccia iraniana».

Ha ammesso gli americani sono preoccupati per i rincari del greggio e soprattutto della benzina, ma ha asserito che presto i prezzi scenderanno dopo essere saliti del 36% a 4 dollari al gallone, un’ipotesi che non trova però credito tra gli esperti anche se il conflitto finisse subito.

Di certo l’opinione pubblica americana non sembra convinta delle promesse: oggi lo penalizza nei sondaggi e il discorso di ieri notte difficilmente sarà sufficiente a rendere popolare la nuova guerra e a cambiare gli umori del Paese.

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