Nelle carceri

Università, quasi 2.000 detenuti iscritti: accordo Cnupp-Andisu per sostenerli

I risultati sono sorprendenti: chi studia non torna a delinquere, le recidive calano del 70%. A studiare sono soprattutto le detenute, mentre tra le materie favorite spunta Sociologia

di Redazione Scuola

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Il diritto allo studio entra nelle carceri italiane. Tornare con la testa tra i libri, infatti, può essere per molti detenuti una grande occasione di riscatto. Proprio per questo a Sassari è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra Cnupp e Andisu. L’accordo prevede di diventare un ponte tra università ed enti per il diritto all’istruzione con lo scopo di sostentere i quasi 2.000 carcerati che hanno scelto di intraprendere un percorso universitario.

Il protocollo

Un protocollo come strumento per contrastare il rischio di recidiva. Lo studio come scudo per proteggersi. Per il presidente di Andisu, Emilio Di Marzio, l’intesa restituisce centralità a chi, pur vivendo una condizione di privazione della libertà, sceglie di affidarsi alla cultura e alla formazione per costruire una nuova possibilità di vita una volta scontata la pena, trasformando il tempo dietro le sbarre in un’occasione di crescita personale. Un aspetto non legato necessariamente al proseguimento di una carriera lavorativa non appena lasciati gli Istituti penitenziari.

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Il presidente della Cnupp, Giancarlo Monina, ha sottolineato il valore aggiunto del mondo accademico all’interno del sistema penitenziario. Un aspetto che consente ai detenuti di tornare a sentirsi parte integrante della società, recuperando legami umani e familiari spesso spezzati. Garantiti inoltre risorse digitali, supporto finanziario per materiali didattici e attività culturali negli istituti.

Aumento iscrizioni tra detenute

Sono 1.978 i detenuti iscritti, 55 gli atenei coinvolti e circa 900 le persone interessate direttamente tra docenti, tutor e personale amministrativo. Una fotografia del fenomeno che inquadra una realtà parallela a quella del mondo universitario conosciuto, ovvero quello composto da aule e banchi, non da sbarre. Tra i dati più significativi, emerge la crescita della presenza rosa: le detenute universitarie oggi ammontano a 104, quasi il doppio rispetto allo scorso anno, con un dato che rappresenta il 3,5% dell’intera popolazione detenuta femminile italiana.

I percorsi preferiti dai detenuti

Sono diversi, invece, i percorsi accademici favoriti dai detenuti. In molti optano per Scienze politiche, Sociologie e Comunicazione. Facoltà che rappresentano circa il 25% degli iscritti. Ma l’area politico-sociale si scontra con quella giuridica che si attesta attorno al 13%. Il percorso di laurea un tempo più quotato, invece, era Giurisprudenza.

Ridotta la recidiva del 70%

Ma quali sono gli effetti dello studio universitario per un detenuto? I dati sulla recidiva evidenziano che il rischio di tornare a delinquere si riduca del 70%. Un risultato che rafforza il valore pubblico dell’investimento nella formazione come leva di inclusione, sicurezza sociale e ricostruzione della persona.

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