Settore avicolo

Uova, i consumatori non premiano quelle da allevamenti a terra

Le imprese investono in innovazione e benessere animale, ma spesso questi sforzi non sono riconosciuti dal mercato

di Giorgio dell'Orefice

3' di lettura

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La teoria e la realtà. Si sta generando all’interno del settore agroalimentare un nuovo cortocircuito tra le richieste di una parte del mondo dei consumatori e le prerogative delle imprese. Come in tanti diversi ambiti della zootecnia dalla società civile, per il tramite delle associazioni animaliste, si stanno alzando sempre più forti le richieste di attenzione nei confronti del benessere animale. Richieste alle quali le imprese stanno rispondendo, in molti casi investendo risorse in tecnologie e innovazione, ma purtroppo, alla prova dei fatti, senza vedere questi investimenti riconosciuti dal mercato.

È quanto, ad esempio, sta accadendo in ben due diversi ambiti all’interno del settore avicolo. Uno è quello della forte spinta che si è generata per dismettere le gabbie e sostituirle con gli allevamenti a terra.

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«Un percorso che il nostro settore sta portando avanti da anni – spiega il direttore di Assoavi (l’associazione dei produttori di uova) Stefano Gagliardi -. Non molti sanno che a oggi la quota di galline allevate in gabbia è scesa ad appena il 30% del totale. Con investimenti importanti da parte delle imprese. Si stima che il costo di conversione per capo per passare dalle gabbie all’allevamento a terra sia di circa 30 euro a capo. Se pensiamo che un allevamento medio piccolo ha oltre 50mila galline si può avere un’idea degli investimenti che sono stati messi in campo».

Ma a fronte di questi sforzi significativi le uova da allevamento a terra non sono premiate dal mercato. «Anzi – aggiunge Gagliardi - complice l’inflazione nell’ultimo anno i consumatori hanno privilegiato, in qualche caso ricercato, le uova da allevamento in gabbia che costano meno e che noi ormai dobbiamo in parte importare».

E un analogo cortocircuito rischia di prodursi anche per un altro tema che sta emergendo all’interno del settore avicolo quello relativo alla pratica innovativa del sessaggio in ovo. Una tecnologia sperimentata da diversi produttori in Europa sull’onda delle proteste animaliste per la soppressione di centinaia migliaia di pulcini maschi della linea uovo con appena qualche giorno di vita. Una pratica crudele per capi che non hanno alcuna possibilità di valorizzazione visto che non hanno alcun ruolo nella produzione di uova e sono troppo piccoli e poco sviluppati per essere convertiti nella linea di produzione delle carni avicole.

Per mettere fine a questa mattanza si sta quindi sviluppando una tecnologia in grado di individuare il sesso del nascituro quando è ancora allo stato di uovo. In questo modo, distruggendo così l’uovo si evita al pulcino di nascere. Su questo passaggio tecnologico tre paesi Ue (Italia, Francia e Germania) si sono dotati di una legge specifica. Tra i tre quello che è in uno stadio più avanzato è la Germania che già prevede sugli scaffali prodotti realizzati in una linea che ha adottato la tecnica del sessaggio in ovo. Ebbene anche in questo caso tali prodotti non sono premiati dal mercato.

«Sul sessaggio delle uova abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo – spiega il direttore di Unaitalia, Lara Sanfrancesco -. La nostra legge prevede che dal 1 gennaio 2027 tutte le uova dovranno essere prodotte con questa metodologia. Una sfida importante anche perché al momento non siamo ancora certi che per quella data saranno disponibili tecnologie in grado di garantire, e a costi sostenibili, questi requisiti sull’intera produzione di uova made in Italy. Non abbiamo, inoltre, la garanzia che sarà coerentemente vietata la commercializzazione nel nostro Paese di uova ottenute in assenza del sessaggio in ovo. Insomma, quando si assumono impegni eticamente condivisibili ma molto vincolanti, bisogna sempre fare i conti con la realtà».

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