Usa, al via nuovi dazi dal 10% al 12,5% contro decine di partner compresa la Ue
Sotto accusa le mancate misure contro il lavoro forzato. I dazi, per la Ue, potrebbero tuttavia rimanere compresi sotto il tetto massimo del 15% stabilito dall’accordo commerciale bilaterale del 2025
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Gli Stati Uniti hanno annunciato i nuovi dazi contro decine di partner (59 paesi più le nazioni dell’Unione Europea) che dalla mezzanotte americana di giovedì sostituiscono tariffe globali in scadenza del 10 per cento. Le tariffe, come previsto, sono comprese tra il 10% e il 12,5% e riguardano l’inadeguata lotta al lavoro forzato da parte dei partner. Sono state decise in base alla Section 301 del Trade Act del 1974, che consente al presidente americano rappresaglie anti-discriminazione nei confronti del Made in Usa al termine di indagini condotte dell’amministrazione.
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Numerosi grandi partner commerciali, dal Canada all’Unione Europea, vengono adesso colpiti dai nuovi balzelli del 10 per cento. Nonostante il Canada abbia già in vigore una legge contro il forced labor nelle catene di fornitura e la Ue abbia pronta una nuova messa al bando che entra in vigore nel dicembre 2027.
La Casa Bianca, però, accusa anche gli alleati più vicini di non far comunque rispettare a sufficienza e con adeguata rapidità quei divieti, svantaggiando così produttori e lavoratori statunitensi. Paesi che hanno adottato legislazioni contro il lavoro forzato, nella graduatoria della Casa Bianca, ricevono al più dazi limitati al 10%, gli altri faranno in conti con il 12,5 per cento.
I dazi, per la Ue, potrebbero tuttavia rimanere compresi sotto il tetto massimo del 15% stabilito dall’accordo commerciale bilaterale del 2025. Bruxelles, pur criticando la scelta Usa, aveva fatto sapere che li avrebbe accettati, purchè Washington tenesse fede al tetto massimo complessivo sulle tariffe.
L’amministrazione ha anche escluso dalle nuove tariffe beni già colpiti da dazi di sicurezza nazionale, quali acciaio e alluminio, e una serie di altri prodotti, a cominciare da alcuni beni alimentari e agricoli e da fertilizzanti e energia. Segno, forse, della preoccupazione di rilanciare l’aggressività di America First ma allo stesso tempo di limitare l’impatto concreto delle tariffe per consumatori americani assediati dal carovita







