Avvocati

Ai, necessario addestrare gli algoritmi all’uguaglianza

Contro la disinformazione e a tutela della democrazia devono integrare le skill umane e mai sostituirle

di Camilla Colombo e Camilla Curcio

2' di lettura

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Solo con un addestramento originario dell’algoritmo votato all’uguaglianza sarà possibile superare i bias e le discriminazioni insite nell’intelligenza artificiale. Ne è convinto il professor Ruben Razzante, consulente della Commissione straordinaria intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice a vita Liliana Segre che, nella terza giornata di Talk to the future, ricorda l’emendamento proposto al Ddl sull’Ai. All’articolo 3, si chiede l’obbligo per i produttori di addestrare all’origine all’uguaglianza gli algoritmi, fornendo soluzioni che riconoscano tempestivamente le violazioni e prevengano i comportamenti discriminatori degli utenti. «Pare un’utopia, ma credo che le grandi potenzialità dell’Ai possano essere governate tramite sollecitazioni etiche che tutelino sempre i principi internazionali e costituzionali e siano rispettose del pluralismo sociale».

Ai nella giustizia predittiva

Nell’iniziativa organizzata dall’Ordine forense di Milano si è discusso anche di polizia e giustizia predittiva con i casi d’uso raccontati dall’avvocato Giovanni Briola. «Alla questura di Milano e alla polizia di Napoli si ricorrono ad algoritmi che profilano sospetti criminali. L’articolo 5 dell’Ai Act europeo vieta la profilazione tout-court, infatti quello che si deve compiere è un bilanciamento fra due valori: libertà e sicurezza. Dove l’utilizzo dell’Ai resta di stampo antropocentrico». E dei bias dell’intelligenza artificiale, con relative discriminazioni per genere, etnia, disabilità, nel campo dell’istruzione, dell’identificazione biometrica, del lavoro e della valutazione di rischio finanziario.

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Disinformazione e democrazia

Ma il tema del contrasto alla discriminazione e dell’importanza di non farsi guidare solo dalla macchina si interseca anche col nodo della disinformazione. Di cui, soprattutto negli ultimi tempi, social e algoritmi sono diventati megafono. Con grossi rischi per democrazia e autonomia decisionale.

«Nel bene e nel male l’Ai non ha solo una dimensione individuale - che incide sui diritti dell’individuo - ma ultraindividuale. E in questo senso pone delle sfide allo stato di diritto e alla democrazia, in Europa e non solo», ha spiegato Oreste Pollicino, professore di diritto costituzionale e della regolazione dell’intelligenza artificiale dell’Università Bocconi. «Per questo, il modello valoriale europeo va tutelato online e offline e uno dei laboratori più importanti è la lotta alla disinformazione. Se da un lato, l’Ai amplifica la percezione errata della realtà, con fake news e deep fake, dall’altro consente di intercettare rapidamente le manipolazioni».

Serve una leadership industriale europea

In questo scenario, dove Ai e professionisti dell’informazione devono lavorare in tandem per contrastare l’enorme quantità di contenuti manipolati generati con l’obiettivo di spostare acriticamente l’opinione pubblica, l’Europa tenta attivamente di porre dei limiti. Ma la regolamentazione legislativa senza leadership industriale e sanzioni non basta.

Per Carola Frediani, infosec technologist di Human Rights Watch, «serve una politica industriale comune». Un obiettivo raggiungibile, secondo Serena Bressan, project manager di AI4Trust, guidando la transizione digitale senza dipendere da infrastrutture estere e con un modello europeo dove «etica e innovazione convivono, realizzabile tramite investimenti, politiche attive di ricerca e norme che sì individuino il rischio ma agevolino anche la sperimentazione».


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