Erdogan, referente Usa nella Nato, celebra la fine delle primavere arabe
Il vertice Nato in Turchia sancisce l’ambiguità del Paese. Un modello che ora sembra piacere a Donald Trump concentrato sull’Indo-Pacifico e la conferma arriva dall’ok agli F 35. Dopo 15 anni è uscito di scena lo schema che aveva causato le rivolte nel Magreb
3' di lettura
I punti chiave
3' di lettura
Dopo la riunione dei sette grandi del mondo ad Evian, conclusasi senza una dichiarazione finale congiunta, anche il vertice Nato di Ankara segue un copione ormai scritto: la ricerca del minimo indispensabile. Il massimo possibile è infatti fuori scala, vista la perdita di interesse per il multilateralismo solidale, demolito dal ritorno delle sfere d’influenza e da interessi geopolitici divergenti. L’Alleanza atlantica nel suo complesso tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di uno strappo. Ma i dubbi e le tensioni rimangono. Gli europei tornano a casa con la convinzione di dover accelerare sul percorso dell’autonomia strategica. Aumentare le spese per la difesa è ormai questione di sopravvivenza. E consapevoli di aver convinto il Presidente americano a continuare a sostenere l’Ucraina, cosa che alla Casa Bianca sta bene in questa fase vista l’incertezza del conflitto con l’Iran e la manifesta capacità di Kiev di ribaltare le sorti della guerra. Trump, da parte sua, potrà rivendicare in casa di aver tenuto lo stesso tono anche all’estero, peraltro non facendosi alcuno scrupolo di stracciare in pieno vertice l’accordo quadro con l’Iran con nuovi bombardamenti, addirittura più intensi di quelli di giugno.
Chiedilo al Sole
Ankara
Il padrone di casa, il Presidente turco Recepp Erdogan, osserva tutto questo con un certo grado di soddisfazione e compiacimento. Con questo vertice può dirsi infatti chiusa l’era dell’incertezza strategica turca. Sono lontani gli anni in cui Ankara bussava alla porta dell’Unione europea, sperando in qualche forma di adesione. O gli anni in cui la Casa Bianca mal tollerava l’ambiguità turca, alleato della Nato ma impegnata a contenere l’ascesa dell’Arabia Saudita, altro alleato forte degli Stati Uniti, anche attraverso l’appoggio a gruppi e organizzazioni sunnite contigue al terrorismo. La Turchia è ormai un attore geopolitico primario nel quadrante che va dalla Libia all’Asia Centrale, passando dal Corno d’Africa. La Siria è un suo protettorato, mentre Erdogan ha ormai issato la bandiera della difesa a oltranza della causa palestinese. Se una speranza di riprendere i negoziati tra Russia e Ucraina esiste, la si deve solo al ruolo della Turchia, che tornerà ad essere, prima dell’arrivo dell’inverno, la sede naturale di un nuovo round di negoziati tra Mosca e Kiev. L’annosa questione curda è ormai fuori dalla disponibilità della comunità internazionale e dipende solo e soltanto dalle concessioni della Turchia. In più, Erdogan ha già abbondantemente fatto i compiti a casa sugli investimenti in difesa: oggi la Turchia è la seconda potenza militare della Nato, ha una base industriale evoluta, soprattutto in materia di droni, e si appresta a sbloccare il contratto di fornitura per nuovi aerei da combattimento F-35.
Il nuovo ruolo
Tutto questo mette Ankara in una posizione di privilegio: quella che noi europei continuiamo a chiamare e a considerare ambiguità, a Washington è vista come una dimostrazione di forza. La Turchia continuerà ad accreditarsi come attore in grado di presidiare più fronti, dialogando con gli europei sugli scali commerciali e gli avamposti nel Mediterraneo, con Mosca sulle politiche energetiche e con la Cina sulle rotte globali dei traffici. A condizione però di avere mano libera nel cortile di casa, in particolare nel contenimento delle ambizioni dei due principali competitors: Arabia Saudita e Iran.
Gli equilibri
La guerra per procura combattuta dai tre sotto le mentite spoglie delle cosiddette “primavere arabe” ha sancito un nuovo equilibrio, basato sulla spartizione delle sfere d’influenza. Erdogan non ha di certo protestato di fronte alla ripresa degli attacchi americani all’Iran, le cui ambizioni nucleari spaventano anche Ankara nell’ottica di un possibile squilibrio strategico. Quella con Riad, negli scorsi anni, è stata una vicinanza spuria e opportunistica, in chiave anti-persiana. Oggi il terreno è sgombero, forte dell’appoggio personale di Donald Trump. Se c’è una dinamica che andrà osservata con grande attenzione nei prossimi anni è la tensione crescente tra Ankara e Tel Aviv. I due si pestano ormai i piedi e lo faranno sempre di più, da Cipro al Libano, fino ovviamente a Gaza. Il rapporto tra il Presidente Usa e Netanyahu sembra incrinato, la relazione speciale non c’è più. Il che legittima la Turchia nel suo ruolo di pivot strategico nell’area e su cui Washington investirà molto del suo capitale politico, strategico e militare nei prossimi anni. Rotto il rapporto con Teheran e con un’Arabia Saudita diffidente, l’America del futuro che guarda all’Indo-Pacifico ha bisogno di un presidio per ogni quadrante. La scelta naturale per i prossimi anni nel Mediterraneo – Medio Oriente – Golfo Persico potrebbe essere propria la Turchia.

